Lutto
Non lo riconoscono invalido e non lo fanno nemmeno lavorare
L’odissea di un ex operaio e buttafuori residente a Cenaia Lo curavano per un mal di stomaco, ma ebbe un infarto
CRESPINA LORENZANA. Le mani che stringono i fogli dell’Inps portano i segni di una vita passata a lavorare.
Operaio in una fonderia di Collesalvetti di giorno e buttafuori di notte. Con il fisico che si ritrova non è difficile immaginarselo sulla porta di un locale a capo della sicurezza.
Ha visto ballare generazioni intere, in Valdera lo conoscono praticamente tutti. Ma dietro alla stazza statuaria e allo sguardo pungente c’è un uomo disperato. Anzi, rassegnato a vagare per chissà quanto nei meandri confusi della burocrazia.
Giuseppe Perra, 61enne originario di Cagliari ma toscano d’adozione, chiede soltanto che sia fatta chiarezza sul suo stato di salute.
La vicenda del baffuto signore residente a Cenaia ha inizio la mattina del 7 novembre 2012. Giuseppe sta lavorando, quando un forte dolore al petto lo insospettisce. Il titolare della ditta lo convince ad andare in ospedale, dove dopo una visita accurata gli viene prescritto del Maloox per calmare i dolori di stomaco.
In realtà la situazione è di gran lunga più complessa. Qualche giorno più tardi, infatti, Perra viene colto da un infarto e il pronto intervento dell’autoambulanza è provvidenziale. Comincia un lungo periodo di riposo, cinque mesi di assenza dal lavoro che precedono l’intervento all’aorta nel marzo del 2013.
L’ultrasessantenne viene messo in cassa integrazione e nel frattempo inizia a informarsi sulle eventuali agevolazioni Inps. Assegno ordinario di invalidità, un sussidio. Qualcosa che possa permettere a lui, a sua moglie e a loro figlio di continuare a stare sotto il tetto dell’abitazione in cui vivono pagando l’affitto.
«Il 22 maggio scorso dopo una visita dell’Inps venni riconosciuto invalido al 75%. Avrei avuto diritto a 270 euro al mese. Pochi soldi, che comunque avrei potuto usare per coprire parte delle spese familiari».
Passano trenta giorni ed ecco che arriva la beffa.
«Fui convocato per un’altra visita nei locali dell’Inps – racconta Giuseppe – e dopo aver dato la mia cartella clinica a due dottori, questi ultimi al termine di un breve colloquio mi dissero che potevo tornare a casa. Tempo qualche giorno e una comunicazione mi avvisò che la mia invalidità era stata declassata al 67%. Esattamente tre punti sotto la soglia minima per usufruire dell’assistenza in denaro».
Abituato a far sentire la propria voce Giuseppe non ci sta e si agita sulla sedia mentre racconta la sua storia. Gli occhi sono attraversati dalla rabbia ma il volto ha un’ espressione triste, delusa.
«Mi sono sentito preso in giro. Io non voglio soldi dallo Stato. Se un dottore mi firmasse un’ autorizzazione per tornare a lavoro io andrei in fabbrica immediatamente. Così però è troppo facile. Io non posso permettermi di stare a casa senza portare niente a mia moglie e a mio figlio».
Ma tutte quelle sere passate con le braccia incrociate e l’auricolare nell’orecchio a qualcosa sono servite. Perché le uniche persone che stanno dimostrando solidarietà a Giuseppe sono le stesse che un tempo gli affidavano la sicurezza delle proprie discoteche.
«Molti proprietari di pub e locali in cui ho lavorato si sono fatti avanti e mi hanno aiutato. Se oggi ho ancora un letto in cui dormire è soprattutto merito loro. Non voglio continuare così – chiude con gli occhi lucidi Giuseppe Perra –, la burocrazia mi sta proprio distruggendo la vita».
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