Il Tirreno

Pontedera

«La nostra vita tra muffa e umidità»

di Giacomo Pelfer
«La nostra vita tra muffa e umidità»

I disagi di un’ottantenne invalida e di sua figlia in un appartamento Apes. «Rivogliamo i soldi spesi per curarci»

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CASTELFRANCO DI SOTTO. Il deumidificatore non si ferma mai. Un ronzio continuo, dalla mattina alla sera, sette giorni su sette per quattro stagioni l’anno. Un compagno fastidioso ma indispensabile. L’unico strumento, di fatto, per provare almeno a limitare le conseguenze peggiori di un’umidità che ha superato di molto la soglia del tollerabile. Un’umidità che assume i caratteri di una vera devastazione, ricoprendo di muffa mura e pareti dell’antico monastero trasformato in un complesso di alloggi popolari. Succede a Castelfranco, in via Solferino, nelle abitazioni al piano terra affacciate sui giardini dell’ex orto del convento di San Matteo, gestite dall’azienda pisana di edilizia sociale Apes. Al civico 7 vive la signora Quirina Banti, ottantenne, invalida, che da circa un anno condivide i 36 metri quadri disponibili insieme alla figlia Maura Orsini: «Una scelta obbligata – ci spiega – perché mia madre ha bisogno di essere assistita».

Una lotta continua. Da allora è iniziata per le due donne una lotta quotidiana contro l’incubo dell’umidità, che ricopre tutte le pareti dell’immobile per diversi metri di altezza, tanto all’esterno quanto all’interno dell’alloggio, dove le chiazze di muffa hanno ormai sgallato e divorato la vernice sulle pareti. «Il problema è sempre esistito – spiega la figlia –. Mia madre vive qui dall’83 ma è sempre stata zitta. Prima che mettessi il deumidificatore, addirittura, da sotto l’intonaco venivano fuori dei bachi di colore scuro che poi iniziavano a volare per casa. Quando mia madre era sola era una guerra continua contro gli insetti. Una situazione indecente, per non parlare dei vestiti impregnati di muffa». La donna racconta anche di aver fatto dei lavori, a proprie spese, stonacando la cucina per provare a bloccare l’umidità. Tutto inutile: sono passati pochi mesi e i muri mostrano già le chiazze inconfondibili dell’umido che risale dalle fondamenta. «Non si può vivere così – aggiunge –. Siamo piene di dolori: chiederemo all’Apes i danni per i soldi che stiamo spendendo per curarci».

Il sogno di una nuova casa. Inutile, per adesso, la via crucis di telefonate e appelli agli uffici competenti per cercare una soluzione. «A dicembre – racconta Orsini – mi rivolsi all’ufficio Ambiente del Comune, che a sua volta girò la segnalazione all’Asl. Dopo essere stata sballottata da un ufficio all’altro, finalmente, all’inizio di luglio è arrivata l’ispezione dell’ufficiale sanitario, che nella relazione ha confermato la gravità della situazione». Per ovviare al problema, tuttavia, Apes spiega di avere già in programma un intervento che dovrebbe partire dopo l’estate, anche se la richiesta delle due donne è quelle di essere trasferite: «Non c’è soluzione – dicono –. Semplicemente questo non è un posto dove vivere. Da tempo chiediamo il trasferimento, ma in graduatoria veniamo sempre scavalcate dalle famiglie con bambini».

I lavori in vista. Ad ogni modo, il direttore di Apes Giorgio Federici spiega che «sarà fatto il possibile per bloccare l’ascensione dell’umidità, in base a quelle che sono le tecniche attuali a disposizione – dice – vista l’impossibilità di demolire l’immobile per ricostruirlo». «Si tratta di un intervento complesso – precisa – inserito nel piano triennale dei lavori, per il quale è stata chiesta lo scorso giugno l’autorizzazione alla Regione, che dovrebbe arrivare entro settembre. Le risorse ci sono già: circa 100mila euro, che serviranno per fare dei “tagli”, come si dice in gergo, per bloccare la risalita dell’umidità dalla falda. Contiamo di poter procedere a gara in forma semplificata, eseguendo i lavori, tempo permettendo, nel periodo autunnale, in modo da concluderli sicuramente entro la fine dell’anno».

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