Sicurezza
Lezioni e lavoro in un “castello di sabbia”
Dai rilievi si scopre che la vulnerabilità della scuola è scesa da oltre 300 a 90 kg/cmq in 40 anni. Dubbi sui materiali usati
CRESPINA. Oltre quarant’anni in castello di sabbia che si sarebbe potuto sgretolare sotto le sollecitazioni di un evento naturale, anche modesto. Eppure generazioni di studenti, intere famiglie e professionisti hanno studiato e lavorato all’interno della scuola media Cozzi.
Secondo la “Verifica di vulnerabilità” firmata dall’ingegnere Gianfranco D’Alascio il 19 giugno scorso nei cassetti comunali è custodita «buona parte della documentazione originale» di questo immobile. Ed è bastato un sopralluogo e l’ispezione dei tecnici per far emergere che «l’edificio non risulta conforme al progetto originario per quanto riguarda il vano interrato e le rampe della scala di collegamento tra detto vano e il piano terra». Non sono mai state realizzate.
Materiali. I rilievi sulle caratteristiche del calcestruzzo sono stati effettuati a marzo. Alla Sigma Etruria srl è stata affidata l’indagine sulle carote estratte da due pilastri al piano terra e altri due al primo piano. Mentre la società Survey Italia ha operato all’interno della scuola con gli ultrasuoni (sempre sui soliti pilastri). Le informazioni geologiche sono state curate dalla Geoprogetti di Pontedera.
Va anche rilevato, da relazione, che «sono state condotte verifiche limitate in situ per non pregiudicare l’integrità dell’edificio visto il basso livello di sicurezza». Intanto, fino a un mese fa in quelle stanze si spostavano i banchi e gli armadi, si muovevano le classi.
Rischio sismico. Se la terra si fosse mossa sarebbe stato un bel problema. Dalle indagini risulta che «molti elementi strutturali non sono in grado di sopportare le sollecitazioni indotte». Insomma, in caso di terremoto la scuola sarebbe collassata su se stessa.
Resistenza. Nel corso di oltre quarant’anni la capacità di resistere ad un evento naturale da parte dell’edificio si è ridotta ad un quarto di quanto dichiarato dai costruttori.
Dai documenti compilati all’atto di consegna risulta come la scuola avesse una resistenza allo schiacciamento superiore a 300 kg/cmq (era il febbraio del 1970) e come questa si sia ridotta fino a valori prossimi a 90kg/cmq.
«È l’elemento che salta subito agli occhi leggendo la relazione - dice Riccardo Barsotti docente di Teoria delle strutture nel corso di laurea di ingegneria edile a Pisa - sono valori che ad un amministratore lasciano una sola scelta: la chiusura. Purtroppo, va anche rilevato come diversi edifici che risalgono agli anni ’60 e ’70 restituiscono questo tipo di dati una volta che viene avviata un’indagine. Si tratta di immobili che non riescono a stare al passo con la normativa. E se un’amministrazione non provvede a controlli con scansioni regolari, come impone la normativa, possono si arriva alle ordinanze di chiusura».
E la scarsa tempestività da parte del Comune, in quarant’anni di onorata carriera delle Cozzi è stato il refrain principale da parte delle agguerrite famiglie degli iscritti.
Ma edifici in queste condizioni strutturali possono essere salvati? «A patto che si spendano diversi soldi - spiega il docente - e si deliberino lavori di manutenzione straordinaria importanti».
Prima della questione economica viene quella della sicurezza. «Quale rischio può correre chi lavora in un edificio con quei valori di resistenza? Lo dice la relazione: il crollo in caso di terremoto», continua Barsotti. «Non posso entrare nel merito non avendo effettuato il soprallugo e dalla lettura di un documento - chiude il cattedrato - ma il calo delle performance strutturali può essere imputata alle condizioni ambientali come dal degrado dei materiali usati».
Non a caso, nella relazione si scrive che la vulnerabilità potrebbe essere causata «dalle pessime caratteristiche meccaniche del calcestruzzo associate all’impiego di barre d’armatura di tipo liscio e dunque non adeguate». Il che solleva più di un dubbio sui materiali impiegati quando si decise di costruire.
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