Il Tirreno

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comici di casa nostra

Dagli sketch sui banchi a Zelig Lab

“Tutta colpa di Steve” è il primo spettacolo di Andrea Cappellini

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POMARANCE. In obbedienza a un collaudato copione che accomuna le biografie di molti comici, anche Andrea Cappellini cominciò a mettere in scena le proprie doti satiriche ad uso e consumo dei compagni di classe, imitando i professori maggiormente degni di essere parodiati, infilzati nei facili, rischiosi bersagli dei loro inevitabili tic.

Poi, da lì, per questo estroso ragazzo nato a Volterra nel 1987, cresciuto a Pomarance, dove la sua famiglia tutt'ora vive, e da diversi anni residente a Pisa, dove il suo «primo spettacolo ufficiale», “Tutta colpa di Steve” - scritto assieme all'autore livornese Marco Vicari (Spinoza, l'Unità, Il Fatto Quotidiano), altra penna ben affilata - ha debuttato lo scorso 10 luglio. Un variegato percorso formativo dedicato alla difficile arte della risata: studio, esercizi di tecnica, provini, i primi contatti col palcoscenico, i primi timidi tentativi di «captare il polso del pubblico».

Da quella contagiosa ilarità sparsa a piene mani tra i banchi del liceo, alla ribalta dello Zelig Lab di Livorno: un passo, tutto sommato, assai breve. In una manciata d'anni, il discolo studente di un tempo si è trasformato in un umorista dalla battuta sagace, dalla verve ficcante, lucida e cattiva al punto giusto.

Nel testo, dedicato «di rimbalzo» al guru della Apple, Steve “Stay hungry, stay foolish” Jobs, il duo traccia i contorni di un'impossibile, ma assai reale, chiacchierata, da cui emerge il ritratto di una giovane generazione cui il geniale americano ebbe a dedicare le celebri parole “Siate affamati, siate folli”; una raccomandazione a cui, dal bel mezzo della palude italiana, il ventisettenne Cappellini, che di «mestiere vero» fa il «tecnico campionatore di rifiuti», risponde: «Sto lavorando su me stesso. Il problema è che sono a progetto anche lì».

In scena assieme alla sua fida chitarra, Cappellini, protagonista unico di questo “monologo comico con voce eccellente” di cui Vicari, suo mentore negli anni della formazione allo Zelig Lab, firma la regia, all'inizio dello show si (ci) fa una domanda impertinente che tempo fa girava e qualcuno magari ricorderà: «Ma se Steve Jobs fosse nato a Napoli, anziché negli Usa, dove sarebbe mai arrivato?». Va bene, «folli, affamati, eccetera», riepiloga lui, lo sguardo furbo, occhi azzurri pungenti che ricordano il Giancarlo Giannini dei film della Wertmüller, «ma i fondi?».

La risposta è la molla grazie a cui lo spettacolo si dirama: «Tutto solo, in una stanza vuota, e sbronzo, in preda ai postumi di una festa universitaria, di colpo inizio a sentire la voce di Jobs. Che mi rimprovera: “Andrea, datti una mossa, guarda come ti sei ridotto!”. Lui mi pungola, io ribatto senza pietà. Anche ricorrendo a dati che fanno parte della sua biografia: quando ha l'ardire di riprendermi per i miei scarsi successi accademici, gli ricordo che lui l'università la lasciò dopo un semestre. Alla fine, alla voce di Jobs se ne sostituisce un'altra che, da un altoparlante gracchiante, annuncia un volo in partenza. Stare “hungry”, e “foolish”, nelle modalità che raccomandava Mr Apple, è più facile all'estero».

Andrea Lanini

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