Il Tirreno

Pontedera

Apre un agriturismo ma la cava incombe

Valle del Chiecina: nel 2015 inaugura una nuova struttura in attesa che la Provincia dice se è zona da tartufi o meno

3 MINUTI DI LETTURA





SAN MINIATO. La sguardo di Eric si perde nel verde della Barbinaia, tra i colli boscosi della valle del Chiecina. È partito dall’Olanda proprio alla ricerca di un posto come questo: «Perché questa è la Toscana». Diventa serio, però, quando gli spieghi che proprio in quella valle, è prevista la realizzazione di quattro cave di sabbia e ghiaia. Col rischio di vanificare investimenti di strutture ricettive, tra cui una prossima all’apertura.

Roba da matti. «È orribile» risponde, chiedendosi se il turismo non rappresenti una parte importante della nostra economia. «It’s crazy» aggiungono Antonia e Dory, una tedesca l’altra ungherese: roba da matti insomma, per un territorio che definiscono «unico». «Veniamo qui per la bellezza del paesaggio, per il relax, per i suoni della natura – affermano - Se ci fossero le cave sceglieremmo un’altra destinazione». Un potenziale turistico che continua a portare nella valle del Chiecina investimenti e lavoro. Nuove strutture ricettive, infatti, sono prossime all’apertura, al termine di lavori di ristrutturazione partiti qualche anno fa, quando delle cave ancora nessuno sapeva niente. Come il caso di Roberto Barnini, che sulla sponda sanminiatese della val di Chiecina sta realizzando il nuovo agriturismo Il Grillo, di proprietà della figlia Gilla Barnini. Apertura prevista per la primavera 2015, con 24 posti letto che richiederanno l’impiego di 6 addetti. La struttura, però, rischia adesso di ritrovarsi con una cava di fronte e un’altra praticamente a fianco. «Se lo avessi saputo prima – dice – mai mi sarei infilato in questa avventura. Noi abbiamo investito, e anche parecchio. Se adesso fanno le cave voglio sapere chi ci restituisce i soldi».

Nessuna informazione. Gli fa eco Francesco Cavallini della tenuta Chiudendone, sponda palaiese, aperta nel 2012 dopo tre anni di lavori. «In tutto questo tempo – dice – sono stato a contatto con gli uffici del Comune, ma nessuno mi aveva informato che rischiavo di ritrovarmi con una cava a 100 metri». Dalla parte opposta della valle, intanto, Leandro Bianconi sta realizzando nella propria abitazione un piccolo affittacamere. «Vogliamo far capire – dice – che questa zona non è una sorta di “buen rietiro” come qualcuno l’ha definita, ma un luogo dove ci sono persone che vivono e che lavorano».

Oltre il tartufo. Ed è questo il punto si cui insistono gli imprenditori che hanno creduto in questa valle: far capire che oltre al tartufo («che qui – dicono – si trova praticamente ovunque»), oltre alla bellezza del paesaggio e della natura, c’è in gioco prima di tutto il lavoro. «Se fino ad oggi, sommando le varie strutture già esistenti – dice Sergio Settesoldi dell’omonimo agriturismo - avevamo stimato in 14 i posti di lavoro a rischio, adesso con le nuove aperture si supera quota 20». Eppure, l’arma principale a cui aggrapparsi per scongiurare le cave resta il tartufo, in attesa che l’università di Pisa renda noti i risultati delle analisi chiamate a dimostrare che l’area è tartufigena. «È assurdo che serva uno studio per dire una cosa che tutti sanno – aggiunge Cavallini – A questi punti confidiamo nel buon senso delle istituzioni».

Giacomo Pelfer

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa