Il Tirreno

Pontedera

I rifiuti dei conciatori nella cava di Paterno?

di Matteo Leoni
I rifiuti dei conciatori nella cava di Paterno?

La magistratura ha disposto gli scavi all’interno di un’azienda del Mugello Si ipotizza la presenza di scarti industriali provenienti dal distretto del Cuoio

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SANTA CROCE. I rifiuti delle aziende del distretto conciario di Santa Croce sull’Arno stoccati abusivamente in una cava a Paterno, nel comune di Vaglia in Mugello, a pochi chilometri da Firenze. È l’ipotesi principale su cui lavorano gli uomini del Corpo forestale dello Stato, che da ieri mattina, affiancati dai tecnici dell’Arpat, stanno scavando con una ruspa nell’ex capannone della cava.

Il via libera è arrivato con un decreto ispettivo firmato dal pm fiorentino Luigi Bocciolini. Coperte sotto uno spesso strato di calce, la ruspa messa a disposizione della protezione civile ha fatto emergere tonnellate di materiale marrone maleodorante, al punto che dopo i primi ritrovamenti ieri tutte le persone presenti sono state costrette a indossare le mascherine.

Raccolti dei campioni di materiale, il prossimo passo della procura sarà quello di disporre delle perizie per fare luce sull’esatta composizione della sostanza. L’idea che possa trattarsi degli scarti e dei fanghi di concerie, e in particolare di quelle di Santa Croce sull’Arno, negli ultimi tempi si è fatta strada, oltre che in ambienti investigativi, anche tra gli stessi residenti della zona, esasperati dal cattivo odore che da anni arriva dalla cava. Tuttavia, in attesa dei risultati degli esami, gli inquirenti mantengono la massima prudenza: «Non possiamo ipotizzare cosa c'è fino a quando non saranno effettuate le analisi da parte dei tecnici dell'Arpat» precisano. Il loro arrivo ieri mattina è stato accolto con le lacrime agli occhi da parte dei residenti, che hanno abbracciato gli uomini della forestale: «Finalmente siete arrivati. Qui c'è un'altra terra dei fuochi». Ma gli scavi scattati ieri sono solo un aspetto di un’inchiesta più ampia, scattata lo scorso febbraio col sequestro di varie cave della Toscana e di azienda in Nord Italia, nell’ambito della quale undici persone risultano indagate per i reati di traffico illecito di rifiuti e gestione di discariche abusive. A febbraio i sigilli erano scattati anche per l’ex cava di Paterno, di cui risultano indagati sia il titolare che l’affittuario. L’area della cava, dove si trova l’ex capannone interessato si estende su quasi tre ettari. Secondo quanto già appurato, nell’ex capannone vi sarebbero oltre 1.200 «big bags» di un rifiuto denominato «polverino 500 mesh»: si tratta di sabbie finissime, abrasive, con concentrazioni elevatissime di metalli pesanti come piombo, rame, nichel e cromo. Per l’accusa, il «500 mesh» veniva rivenduto illecitamente dopo essere stato trattato da un impianto a Massa Carrara, oppure in alternativa stoccato in discariche abusive per abbattere gli altissimi costi di smaltimento. Ma adesso, anche a seguito di numerose segnalazioni da parte degli abitanti di Paterno, il sospetto è che nascosti sotto uno strato di calce possano esserci anche i fanghi delle concerie, quelle del distretto i Santa Croce sull’Arno. Negli ultimi tempi le morti per tumore nella zona, dicono alcuni residenti, sarebbero aumentate, con almeno dieci decessi verificatisi nel corso degli ultimi dieci anni. Sul posto, ieri mattina, anche il sindaco di Vaglia Leonardo Borchi: «Dobbiamo aspettare i risultati delle analisi dei tecnici dell'Arpat. Per ora non possiamo avanzare ipotesi» ha detto commentando i lavori di ispezione.

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