Attenzione
Nessuno conosce Shakespeare meglio di Albertazzi
PECCIOLI. «Shakespeare... il “mio” Shakespeare...», dice il maestro con quel suo inconfondibile timbro di voce, al contempo imperioso e dolce, sognante come quando, prendendo in prestito da Adriano...
PECCIOLI. «Shakespeare... il “mio” Shakespeare...», dice il maestro con quel suo inconfondibile timbro di voce, al contempo imperioso e dolce, sognante come quando, prendendo in prestito da Adriano lo sguardo e i pensieri, e da Marguerite Yourcenar le parole, raccontava al pubblico la ricchezza umana delle proprie memorie. «Lui e Dante sono i miei autori. E, parlando di teatro, William Shakespeare è il mio Dante». Giorgio Albertazzi con Shakespeare debuttò: un “Troilo e Cressida” andato in scena nel 1949. E lo vollero a Londra, «nel 1964, anno in cui si festeggiavano i quattrocento anni dalla nascita del “Bardo”», per diventare Amleto. Ed è ancora a Shakespeare che è dedicato il suo lavoro di questi ultimi mesi: al “Mercante di Venezia”, che è in tournée e il 21 luglio approda a Peccioli, al festival “Undici Lune” (anfiteatro Fonte Mazzola, ore 21,30).
«Di protagonisti shakespeariani ne ho impersonati almeno quindici. Nessun attore italiano ha fatti così tanti. D'altra parte, con 65 anni di attività alle spalle...». Cifre buttate lì come per caso, una contabilità che non necessita di alcuna enfasi: tutti sanno che la carriera artistica del titolare di quei numeri è, nel nostro Paese e non solo, un fatto unico, una fortunata eccezione, un'ardita, e magica, disubbidienza alle leggi anagrafiche. Il fatto è che la sua attenzione, inevitabilmente, «guarda avanti». Ad Albertazzi, e qui forse si cela parte del suo segreto, interessa «soprattutto il domani». La recita che deve ancora incontrare i suoi spettatori, la pièce che attende l'apertura del sipario. «E ogni volta è una prima volta. Il teatro è eros, è passione, è gioco. Sì, “gioco” è la parola. È come avere a che fare con una bella donna che, finalmente, sta per concedersi. Il brivido c'è, deve esserci. Fa parte, appunto, del gioco».
Rigoroso perfezionista, quindi mai contento. «Ci sono delle piccole cose, in questo “Mercante”, da mettere a posto. Sfumature. Ma siamo ormai vicinissimi a come dovrebbe essere». A chi gli chiede di esprimersi sulla sua età, novant'anni compiuti nell'agosto del 2013, risponde citando Picasso: «Per diventare giovani, veramente giovani, ci vogliono molti anni». Carismatico Shylock dai candidi capelli, dalla gestualità lenta e infuocata come lava, Albertazzi mette in pratica, replica dopo replica, la filosofia che quel pensiero sottende. Non a caso Giancarlo Marinelli, regista del “suo” “Mercante di Venezia”, scrive: “Shylock è l'uomo più bello e più giovane che io conosca. È Giorgio Albertazzi”. Ma chi è, veramente, Shylock? “Ho visto e soprattutto letto la riduzione (o forse l’ampliamento, o forse la perizia poetico ermeneutica) firmata da Giorgio”, spiega Marinelli nelle proprie note, “e mi sono bastate poche parole per risolvere il mistero. Nella sua visione, i giovani veneziani e il vecchio ebreo sono cerchi nell'acqua creati dallo stesso sasso, riflessi specchianti dello stesso corpo, della stessa vita”. Ma a riportare il tutto nell'alveo di schemi più semplici, immediatamente aderenti alle fonti, ci pensa lo stesso protagonista. «Stiamo ai fatti: Shylock, come fanno le banche, presta denaro a interesse. Non è cambiato molto, dal Seicento ad oggi. Venezia però sì, è cambiata. La città che io vivo come Shylock è un porto di mare aperto a tutte le esperienze, ai viaggi, alle vie dell'Oriente. Una città per niente razzista: invece in quest'opera l'elemento razzistico è sottilmente analizzato». Un altro dei segreti di Albertazzi: aver trovato un forte e duraturo equilibrio tra arte e vita, la misteriosa alchimia che consente di “essere” un personaggio, anziché interpretarlo. Da qui, il suo essere ben oltre il concetto di “bravura”, l'aderire a un particolare limbo della scena che appartiene a lui solo. «Nell'originale, il finale del “Mercante” è allegro, positivo. La mia versione no, si chiude su accordi amari. Per questo ricco usuraio ebreo la vera pugnalata arriva dalla figlia, Jessica, che a un certo punto scappa con un cristiano, Lorenzo, molto amico, per giunta, di Antonio e Bassanio, gli acerrimi nemici. Non bastasse, fugge portandosi via il malloppo. Quello è il colpo mortale. Bellissimo personaggio, Shylock. Intelligente, sorprendente. Ma, ecco, nella mia versione, lo faccio sfumare mestamente, perdendo ogni speranza. Non vuole più vivere, si affaccia nell'acqua della laguna, che ormai è diventata un tetro specchio, e vi butta ciò che rimane del suo danaro. È il segno di una capitolazione definitiva, senza appello».
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