Il dolore
Dopo duemila anni rivive il teatro romano
L’avvio del festival internazionale ha riportato gli spettatori tra le sedute Il battesimo con la prima dell’opera “Pulcinella e l’imperatore”
VOLTERRA. «Sa è la prima volta, siamo un po’ emozionati. Il festival esiste da oltre dieci anni ma è la prima volta che il teatro romano ospita degli spettatori nella sua sede originale».
C’è tutta l’agitazione di un debutto importante, di una prima nazionale e la consapevolezza che l’arte, stasera, si legherà alla storia. Che nel suo piccolo chi ha pagato il biglietto vivrà “una prima” nel senso esteso del termine.
La maschera si muove nevosa, avanti e indietro davanti alla biglietteria. Non lesina sorrisi dietro i baffoni neri e a scatti si ferma a scambiare due parole con chi sta aspettando il via libera alle sedute.
Intanto, i suoi colleghi in abito scuro finiscono di piazzare le fiaccole che disegnano la strada in discesa verso il palco e la cavea, quel mazzo di cerchi concentrici sempre più larghi dove si fermavano patrizi e matrone.
«Da duemila anni quegli scalini aspettano un sedere che li riscaldi», ci aveva detto il patron del festival del teatro, Simone Migliorini. E grazie al beneplacito della Soprintendenza lo troveranno, almeno lungo le prime file. La parte più a monte, quella a ridosso delle mura, non è ancora agibile. Meglio non rischiare.
La certezza che siano esattamente duemila anni che il teatro romano di Vallebuona non ospita una serata non ce l’ha nessuno, al punto che qualcuno potrebbe pensare ad una riuscita operazione di marketing da parte degli organizzatori del festival.
Di certo c’è che l’infrastruttura di età augustea non ha ospitato nella sua sede originale nessuno spettacolo in epoca moderna. Almeno da quando nel luglio del 1950, Enrico Fiumi l’economo del manicomio di Volterra, decise di proseguire gli scavi interrotti circa dieci anni prima a causa della guerra. E proprio sotto il campo sportivo riportò alla luce un teatro che ai tempi d’oro poteva ospitare fino a 3.500 persone, al pari di quello di Trieste. Con Fiumi a scavare in quel luglio di 64 anni fa c’era un gruppo di matti, nel vero senso della parola. Fiumi non si fece troppi problemi a reclutato le maestranze nella struttura dove lavorava. Ora, davanti al teatro c’è una targa che ricorda questi archeologi improvvisati e se qualcuno potrà assistere ad uno spettacolo su quei gradini si deve anche a loro.
«Sa è la prima volta...», la maschera continua a girare davanti alla biglietteria. Lo spettacolo avrebbe dovuto iniziare alle 21.15 ma c’è già un ritardo di mezz’ora. Si sparge la voce che nel pomeriggio la compagnia abbia avuto un piccolo incidente stradale per cui la scaletta è scivolata un po’ sul tardi.
Ma non ci si lamenta; gli spettatori, dalle donne avvolte nei foulard ai compagni in abito da sera aspettano con pazienza. Anche loro, quasi tutti, parlano di questo ritorno alle origini, di questa prima così suggestiva.
La squadra di maschere ha quasi puntellato tutta la strada verso il palco con le torce, come accadeva in epoca romana quando i sandali polverosi si dovevano muovere tra l’erba e la terra.
«Si può passare», la comunicazione arriva alla biglietteria dove l’hostess bionda in tailleur allarga il braccio sinistro e spalanca l’ingresso al vomitorium che non è una parolaccia ma un corridoio che conduce al palco. Vengono distribuiti anche dei plaid in sintetico. Perché la sera a Volterra fa freddo e una prima non si può vivere col ghiaccio nelle ossa. Intanto, l’attore indossa la maschera di Pulcinella e le ballerine si passano la matita sugli occhi. Stanno per debuttare in un debutto mentre, i ragazzi qualche metro più in altro si muovono sulla dance della Notte Bianca volterrana. Silenzio. Sipario. Si entra in scena.
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