Sicurezza
«Un diritto che lei viva lontano da noi»
Parla Sara Trappetti, la figlia dell’ex convivente della donna killer ingiustamente incarcerato per quasi tre anni
PONTEDERA. Impossibile provare a rimuovere la storia dei due bambini uccisi da una madre di Pontedera. Il primo, Angelo Faustino, quando venne ritrovato nudo in mezzo ai rifiuti della discarica di Gello, nel febbraio 2001, fece piangere una comunità. Il piccolo respirava ancora quando venne gettato in un cassonetto. Aveva pianto fino a farsi mancare l’aria. E quando, dopo lunghe indagini, si scoprì che a dare la morte al neonato era stata una pontederese la città si chiuse a riccio. La madre non era una straniera, come qualcuno avrebbe voluto credere, non aveva agito in condizioni di necessità. Anche se poi al processo presso la Corte d’Assise d’Appello di Firenze la donna, inizialmente condannata all’ergastolo, si era vista ridurre la pena a 16 anni e aveva riacquistato i diritti di madre. Ora la donna, a poco più di 40 anni, può voltare pagina. Il carcere sarà un ricordo, anche se nel frattempo, oltre ai due bambini uccisi, sono state devastate diverse vite. Quelle del convivente stesso, riconosciuto vittima di un errore giudiziario, e dei rispettivi familiari. A rompere il silenzio è Sara Trappetti, figlia di Dino, rimasto in carcere due anni, nove mesi e sette giorni prima di essere scagionato. «Ci sono notizie che si è abituati a sentire solo al telegiornale, e che difficilmente riusciamo a rapportare sul personale. Quando ho saputo che Verusca ha finito di scontare la sua pena ho provato sensazioni contrastanti – comincia la giovane che vive a Terni –. Come persona razionale credo fermamente nel valore rieducativo del carcere e non in quello meramente punitivo quantificabile unicamente attraverso gli anni di libertà negati ad una persona». Ma c’è un risvolto. «Proprio perché credo questo, penso che all'interno di queste strutture detentive chi abbia commesso un crimine debba prendere coscienza del reato e del male che esso ha generato, perché solo così si "sconta" una pena nella sua interezza. Tale consapevolezza acquisita durante la detenzione rappresenta l'unica garanzia possibile della non reiterazione del reato e forse l'unica consolazione per chi è stato direttamente o indirettamente leso dalla persona colpevole».
La giovane ha sofferto molto per questa vicenda e non lo nasconde. L’intera famiglia Trappetti si era mobilitata intorno a Dino e grazie agli avvocati Eraldo Stefani di Firenze e al professor Ferdinando Imposimato era riuscita a smontare pezzo per pezzo, con complesse indagini difensive, le accuse contro il geometra.
Così quando Verusca, dopo aver lasciato il carcere, ha cercato di contattare la ragazza si è scontrata con la sua ferma reazione. «Dopo la sua scarcerazione, Verusca ha creato con me un dialogo in cui solo grazie a dei segnali ho dedotto chi realmente fosse il mio interlocutore. Non so se ci sia stata una vera rieducazione in questo caso e se lei abbia scontato la pena con se stessa, certamente le modalità con cui ha stabilito un contatto con me e i toni usati mi portano ad avere qualche personale dubbio. Come ho detto anche a Verusca, io non porto rancore verso di lei e credo che tutti meritino una seconda possibilità, però credo anche che sia un mio diritto che lei viva la sua vita lontano da me».SERVIZIO A PAGINA 3
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