Il dolore
L’elogio dell’Unic alla concia toscana «Compatti e lucidi»
Nel comprensorio del Cuoio nel 2013 cresciuti addetti e produzione, in calo il numero delle imprese. Ok l’export: +2%
SANTA CROCE SUL’ARNO. «I toscani avanzano del 7% nel prodotto e del 2% nell’export, perché la spinta principale, +17% è arrivata dalla clientela nazionale, cioè dai terzisti delle grandi griffe». Così Rino Mastrotto, presidente dell’Unione nazionale industria conciaria (Unic) durante l’assemblea generale dell’ente di categoria che rappresenta in Italia gli imprenditori della concia della pelle. Nella sua relazione, il presidente sciorina numeri di crescita per le aziende toscane. Dati che rispecchiano il buon andamento avuto dal settore nel 2013.
Mastrotto, però, si spinge anche oltre, nel momento in cui parla delle realtà che compongono il comparto nazionale. «Voglio sottolineare - ha detto al microfono davanti agli associati - che gli amici del Pisano posseggono qualcosa che manca agli altri. Nei momenti cruciali della strategia fieristica o nello sviluppo della certificazione hanno manifestato compattezza e lucidità».
Meno aziende, più addetti. L’incontro a MIlano del mondo della concia italiano ha evidenziato numeri significativi per le aziende toscane. Nel 2013, infatti, sono calate le imprese (-0,9%) pari a 544 unità, ma sono aumentati gli addetti (5.795 lavoratori, il 4% in più), così come la produzione (+6,8) rispetto al 2012 con un valore complessivo regionale pari a 1.468 milioni di euro. Un dato, questo, inferiore a quello del Veneto, dove la produzione è salita del 9,9% sull’anno scorso, con un valore di 2.713 milioni. Aumento inferiore anche rispetto alla Lombardia che ha registrato un +14,8% per quanto riguarda la produzione, anche se in questa regione il volume creato è di 304 milioni di euro. Campania assolutamente non in linea con l’andamento di Veneto, Toscana e Lombardia con tutti segni meno registrati lo scorso anno.
L’elogio del passato. Insomma, anche dall’assemblea di Unic emerge un quadro di sviluppo del comparto toscano di pelle e cuoio, in un contesto economico generale che tende al grigio se non al nero. Il presidente Mastrotto, uno dei nomi più importanti della concia italiana ormai da tantissimi anni, spiega che «la calzatura nel 2008 serviva il 44% dei volumi delle concerie e adesso rappresenta il 43%». La pelletteria, invece, dal 20% è passata al 24%, mentre l’arredamento è calato dal 21% al 16% e l’automotive è andato dal 6 al 9%. In tutto questo, l’abbigliamento è diminuito dal 6 al 5%. «In pochi decenni, cambiando politiche di acquisto, organizzazione e marketing - ha ripreso Mastrotto - ci siamo trasformati e adeguati alla domanda, per assecondare l’evoluzione del consumo moderno».
La speranza nel futuro. La pelle è alla base della moda. Ma la sua fortuna è data anche dalla scelta delle griffe. Mastrotto lo ha ricordato, spiegando che nel 2013 il fatturato ha prodotto un +9%, ma la spesa per le materie prime è cresciuta del 20%, con l’aumento del 5% dei costi che ha provocato difficoltà alla clientela, ancora orientata verso la pelle. «Senza questa scelta ci dovremmo confrontare con i materiali alternativi, dunque gratitudine ai brand della moda» E guardando al futuro, Mastrotto ha sottolineato che «sembra imminente una svolta, la rivalutazione dell’idea di confezione rispetto al prodotto industrializzato. Un rapporto più fisico con il capo e la sua personalizzazione. In altre parole, l’articolo artigianale. Se si affermeranno linee più individuali, meno omologate e massificate, se i grandi attori della moda sapranno stimolare il piacere tattile, l’attrazione olfattiva, il lavorìo manuale avremo vantaggi».
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