Attenzione
Immagine e qualità per non sparire La sfida dei cuoifici
Parla il presidente del Consorzio Vero Cuoio, Stefano Biagi «Rischiamo di essere troppo di nicchia, lavoriamo al 65%»
PONTE A EGOLA. Educare il consumatore, diffondere le proprietà del cuoio, quello vero, rigorosamente made in Tuscany, rispetto ad una scarpa con la suola in gomma o con un cuoio di scarsa qualità. Con l’obiettivo di allargare gli orizzonti di un mercato che rischia di diventare sempre più di nicchia, e che da anni costringe le aziende di zona a produrre al di sotto delle proprie possibilità. Una sfida complessa ma inevitabile quella lanciata dal Consorzio Vero cuoio, che da oggi sarà presente a Pitti Uomo, per il terzo anno, con il marchio Cuoio di Toscana.
Testimonial d’eccezione. Un messaggio che anche stavolta proverà a fare breccia nel gusto dei consumatori con un testimonial di grande richiamo. Si tratta di Luca Argentero, già “ambasciatore” del Cuoio di Toscana insieme ad Elisabetta Canalis, che per l’occasione sarà ospite di un lustrascarpe, un vero e proprio maestro artigiano che darà nuova vita alle calzature dell’attore. Al suo fianco sarà di scena la dimostrazione pratica di come nasce una scarpa artigianale realizzata in vero cuoio.
Rilanciare l’immagine del cuoio. «L’obiettivo è quello di rilanciare l’immagine del cuoio – spiega il presidente del Consorzio Stefano Biagi – creando interesse attorno ad un prodotto che negli ultimi anni, purtroppo, ha perso terreno a vantaggio di altri: non solo la gomma ma anche il cuoio di minor qualità. Di fatto la richiesta di vero cuoio si è ridotta». Una tendenza, quella del mercato, che sta ovviamente penalizzando le aziende del distretto toscano. «A livello qualitativo il nostro cuoio è irraggiungibile – spiega Biagi – ma nella bilancia del mercato si deve tener conto anche del prezzo, e da questo punto di vista siamo necessariamente “deboli”».
Platea di compratori più grande. Da qui la sfida, attraverso un’attenta educazione del consumatore, per provare ad allargare la platea degli acquirenti consapevoli, raddrizzando così la bilancia del mercato nella direzione della qualità. «Il vero cuoio è un prodotto conosciuto quasi esclusivamente dagli addetti ai lavori – dice il presidente – Fatta eccezione almeno in parte per il mercato italiano, dove c’è più consapevolezza, se andiamo all’estero il cliente non ha la percezione del vero cuoio: non ne conosce le proprietà e quindi non lo cerca all’interno di una calzatura. Sta diventando quindi un prodotto sempre più di nicchia».
Le griffe non bastano. La domanda, insomma, da parte delle grandi griffe non manca, ma da sola non basta più: «Dobbiamo cercare di aumentare i quantitativi educando i potenziali consumatori – prosegue Biagi – Anche perché le nostre aziende, ormai, lavorano tutte sotto produzione: complessivamente non si va oltre al 60% delle nostre potenzialità. Allargare i quantitativi e la nostra presenza sul mercato avrebbe ricadute consistenti anche sul fronte dell’occupazione». Il 2013, ad ogni modo, ha regalato ottimismo, segnando un aumento di fatturato: «Anche se – precisa il presidente – è dovuto all’aumento del prezzo di vendita».
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