Sicurezza
La dottoressa diventa 007 a caccia di sprechi e furbetti
Grazie a lei l’azienda Usl ha risparmiato 2,7 milioni di euro. «Un sordo aveva chiesto soldi per un comunicatore telefonico, poi però si è comprato la lavatrice per casa»
PONTEDERA. Il minimo che poteva capitare, almeno fino a pochi anni fa, era che il servizio sanitario pubblico pagasse i plantari ai non vedenti. I bambini con i piedi piatti (bisognosi di scarpe ortopediche ad ogni cambio di stagione) non si contavano. E per assurdo c’era anche il sordo che insieme all’apparecchio per sentire meglio aveva acquistato una lavatrice. E che dire del letto elettrico con materasso anti-decubito pagato a un disabile, diventato poi matrimoniale, grazie ad una saldatura “fai da te”? Tutto e sempre pagato dall’Asl.
(Nella foto Cristina Laddaga nel suo ufficio del dipartimento della riabilitazione a Fornacette)
L’utilizzo improprio di ausili ortopedici e di quelli usati dagli invalidi costava all’Asl 5 di Pisa milioni di euro all’anno. Nel settembre 2011 il direttore generale Rocco Damone ha chiesto di riorganizzare il servizio e di portare alla luce eventuali “furbetti”. In quattro anni il capitolo di spesa destinato al servizio della riabilitazione ha subìto una drastica riduzione. Dai 5.450.611 euro del 2010 l’Asl è arrivata a spendere nel 2013 una somma molto diversa: 1.736.517, risparmiando oltre due milioni e settecentomila euro che l’azienda sanitaria ha potuto recuperare e destinare ad altri servizi. La donna che ha consentito questa operazione, anche se lei preferisce parlare di un lavoro di squadra, è la dottoressa Cristina Laddaga, di Pisa, direttore dell’unità operativa “Recupero e rieducazione funzionale” dell’Asl 5 di Pisa. Figlia di un medico molto stimato - era radiologo e radioterapista - dell’Azienda ospedaliera pisana che dopo la morte gli ha intitolato un reparto, la dottoressa Laddaga non nasconde di credere nell’ utilizzo oculato del pubblico e per questo, fin dall’inizio del suo insediamento, ha cercato di capire se le risorse destinate alla “riabilitazione” consentivano di dare risposte a tutti, eliminando eventuali storture.
L’obiettivo è quello dell’appropriatezza e si ottiene, come primo step, passando ai raggi X le prescrizioni. Non solo. C’è poi chi controlla - in passato forse non sempre veniva fatto - che l’ausilio richiesto sia corrispondente alla disabilità. Non è stato facile e la dottoressa Laddaga si rende perfettamente conto che il taglio degli sprechi non è stata proprio un’operazione-simpatia. Una cura dolorosa ma inevitabile in tempi di ristrettezze economiche. «La riorganizzazione del servizio è stata possibile – dice Laddaga, che abbiamo incontrato a Fornacette nella sede principale del dipartimento – grazie anche alla professionalità dei colleghi. Non nascondo che in questi anni sono emersi problemi legati alla ristrutturazione, ora stiamo cercando di risolverli». Il progetto che poi ha portato al risparmio milionario è iniziato dopo una visita al magazzino degli ausili per invalidi dell’Asl 5 di Pisa. «Sono entrata e mi sono trovata davanti un capannone pieno di materiali inutilizzati da tempo. C’erano soprattutto carrozzine che erano state ritirate e mai più usate. Ma nel frattempo l’Asl continuava a pagare per l’acquisto di altre carrozzine che poi, una volta usate, facevano la stessa fine. Oggi non succede più, siamo in grado di adattarle, provarle e riutilizzarle. A Fornacette abbiamo un percorso ad hoc che ci consente di fare tutte le prove necessarie».
Dal capannone ha preso avvio la ristrutturazione. «Per prima cosa abbiamo creato un unico ufficio protesi dell’Asl – spiega ancora Laddaga – cercando di evitare quelle difformità di comportamento che nel corso degli anni sono costate care all’Asl. Abbiamo cominciato a riutilizzare le carrozzine che erano ferme, ce n’erano almeno un centinaio, prevalentemente di quelle costose, del valore medio di tre o quattromila euro». Magari erano carrozzine super moderne, prescritte dai medici dell’ospedale al momento delle dimissioni di un paziente, e che poi non entravano negli ascensori... E la loro fine ultima era quella del magazzino dell’Asl.
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La centralizzazione dell’ufficio protesi ha creato inevitabili problemi. «I distretti sono il punto di ricezione delle domande, in questo è stata brava anche la direzione dell’Asl che ha capito le nostre esigenze e ha sostenuto il nostro progetto, dando il governo del percorso al dipartimento della riabilitazione. Visto che le decisioni sono assunte da un solo ufficio, questo in alcune occasioni è stato causa di rallentamenti nelle autorizzazioni. Ma con il tempo stiamo risolvendo anche questo problema, grazie all’aiuto dell’Urp». L’altro aspetto, non meno importante, è stato quello di attuare un’azione di verifica. In sostanza, operatori Asl hanno controllato che l’invalidità civile riconosciuta con una diagnosi precisa fosse poi correlata all’ausilio che il cittadino chiedeva. «Abbiamo riscontrato molti ciechi ai quali l’Asl passava scarpe e plantari. C’è stato, appunto, il caso di un sordo che aveva chiesto un comunicatore telefonico ma poi aveva comprato anche la lavatrice». Questo grazie anche alla “disponibilità” di un centro commerciale che aveva dirottato una parte della spesa a carico dell’Asl sull’elettrodomestico.
La cosa ancora più curiosa è che l’“illecito” è emerso dopo un guasto della lavatrice. Il cittadino, a quel punto, voleva che a ripararla fosse proprio l’Asl. Fino a pochi anni fa, infatti, sembra di capire che l’attenzione sulla verifica della corrispondenza tra invalidità e protesi o ausilio non fosse poi così accurata. A Fornacette è stato costituito anche un laboratorio di area vasta per la comunicazione. «È il più attrezzato della zona – dice Laddaga – siamo in grado di adattare puntatori oculari che vengono restituiti dai pazienti, così come adattiamo vari strumenti che sono d’aiuto ai disabili». Alcune decisioni non sono state indolori. «Ormai non paghiamo più le scarpe ortopediche a meno che non ci siano malattie gravi. L’Asl fornisce i plantari che possono adattarsi alle varie scarpe. Una novità che ha fatto crollare le richieste». Che ci siano meno bambini con i piedi piatti? O forse qualcuno comprava le scarpe (e a quanto pare non solo quelle...) con i soldi dell’Asl.
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