La manifestazione
Un argine proteggerà Casteldelbosco
Montopoli, l’amministrazione comunale tornerà a confrontarsi in Regione per ottenere l’ok alla realizzazione del progetto
MONTOPOLI VALDARNO. Chiedono certezze i cittadini di Casteldelbosco, stufi di oltre vent’anni di scaricabarile e di rimpalli. Dopo la piena del 31 gennaio, servita se non altro a smuovere una questione bloccata da anni, l’obiettivo adesso è quello di ottenere un protocollo chiaro sul funzionamento delle discusse cateratte sotto la ferrovia. Il tutto mentre si riaccende la polemica sulla mancanza di argini, in una zona storicamente soggetta alle piene dell’Arno. Per questo l’amministrazione tornerà a confrontarsi in Regione per ottenere l’ok alla realizzazione di una piccola arginatura, ma solo a protezione di Casteldelbosco, abbandonando vecchi progetti che avrebbero messo al sicuro tutta la campagna montopolese, rischiando però di mandare sott’acqua altre zone. Da qui la rabbia delle famiglie che vivono a nord della ferrovia, in piena golena d’Arno, destinate per sempre a fare i conti con l’acqua e infuriate per la mancanza di sistemi di allerta attendibili. È la sintesi della partecipata Consulta di Casteldelbosco riunita mercoledì sera, su richiesta del sindaco Alessandra Vivaldi, per fare il punto dopo l’emergenza del 31 gennaio.
Le mosse del Comune. «Alla luce della seconda piena del 10 febbraio – ha spiegato il sindaco – e dell’incontro che abbiamo avuto in Prefettura il 14, si è preso coscienza della validità delle cateratte come strumento di protezione per l’abitato. Adesso prepareremo un protocollo per precisare quando e come dovranno essere azionate. Allo stesso tempo elaboreremo progetti di arginatura più piccoli e snelli rispetto alle grandi opere pensate alcuni anni fa: qualcosa di più semplice, che serva almeno a proteggere il paese».
Un passo, tuttavia, che arriva dopo ben 19 Consulte, dagli anni ‘90 ad oggi, in cui è stato affrontato il tema delle piene, come ricorda il segretario della Consulta Roberto Salvadori: «Sappiamo che qui il rischio ci sarà sempre, ma vogliamo almeno tutelarci dai pericoli da cui possiamo difenderci. Adesso speriamo che non finisca tutto nel dimenticatoio ancora una volta. Tra un mese ci troveremo qui, di nuovo, e vogliamo sapere chi fa che cosa».
L’argine che non c’è. Tutta la zona tra Capanne e Casteldelbosco, del resto, è classificata come area a “pericolosità molto elevata”, dove il rischio di allagamenti è legato anche alle piene dei torrenti Chiecina e Vaghera. Area che l’Autorità di bacino aveva individuato come strategica, al pari di Roffia, con la progettazione di una cassa d’espansione da 50 milioni di euro capace di ospitare 7 milioni di metri cubi d’acqua.
«Tuttavia – ha rivelato il dirigente ai lavori pubblici Gino Benvenuti – l’acqua che ad oggi invade questa zona è pari al doppio: 14 milioni di metri cubi. Il progetto è stato quindi abbandonato, perché i 7 milioni restanti avrebbero creato problemi a valle. Così abbiamo proposto un argine che proteggesse tutte le case, anche quelle a nord della ferrovia: un’opera da 16 milioni ferma dal 2008».
Il problema delle allerte. Da qui la decisione di pensare a piccole opere solo per Casteldelbosco, come difesa dalle piene più “ordinarie”. Una scelta che indispettisce le famiglie a nord della ferrovia, «perché alla fine è il solito scaricabarile – hanno detto – e non ci sentiamo affatto sicuri». «Sappiamo bene che avremo sempre a che fare con l’acqua, chiediamo però di essere avvisati, cosa che non avete fatto». Un problema, quello delle allerte, riconosciuto dal sindaco Vivaldi: «Del resto – ha spiegato – di allerte meteo ne arrivano 80 tutti gli anni, spesso senza un reale pericolo. Ad ogni modo ci stiamo già attrezzando con l’installazione di un sistema di messaggistica telefonica».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
