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Pontedera

Tentò di uccidere la madre «Infermo di mente»: assolto

Tentò di uccidere la madre «Infermo di mente»: assolto

L’imputato è stato ritenuto dal Tribunale incapace di intendere e di volere Ma è considerato pericoloso e dovrà restare 2 anni in una casa di cura e custodia

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PERIGNANO. Assolto perché dichiarato incapace di intendere e volere, ma obbligato a rimanere per due anni in una casa di custodia e cura della provincia a causa della sua accertata pericolosità sociale.

È la sentenza letta ieri pomeriggio dal presidente del Tribunale Pietro Murano (a latere Bencivinni e Poggi) chiamato a giudicare Giacomo Colombini, 39 anni, disoccupato, di Perignano, rinviato a giudizio per tentato omicidio aggravato nei confronti della mamma, presa a coltellate al culmine dell’ennesima lite.

La donna ieri era presente in aula. Non si è costituita parte civile nei confronti del figlio difeso dall’avvocato Tania Del Colletto. Il difensore ha rinunciato a sentire i testi e il processo - pm Antonio Giaconi - è stato rapido basandosi su perizie psichiatriche e verbali dei carabinieri intervenuti a casa Colombini in via Triano nell’aprile 2013 poco dopo le 7. Pacifica la responsabilità dell’imputato che da tempo si trova in una struttura per cercare di risolvere i suoi problemi psichici già conosciuti dai medici che lo avevano in cura.

È un dramma umano che ha rischiato di sfociare in tragedia quello rievocato in Tribunale. L’effetto scatenante della sua rabbia fu la richiesta di cinquemila euro per andare a New York. Era convinto che li avrebbe trovati dentro una cassettina chiusa a chiave. Quando la madre Lina Troiano, 62 anni, cercò di spiegargli che i soldi non c’erano, il figlio reagì cominciando a gridare, come aveva già fatto in passato. Non ebbe problemi a confermarlo lo stesso Colombini ai carabinieri di Lari quando si presentarono per arrestarlo. Ricevuto il no della mamma alla disponibilità del denaro, Giacomo attese che la donna andasse in cucina a bere un caffè per aggredirla alle spalle. Dopo averla presa al collo, la colpì con un coltello all’altezza della gola. Lina non riuscì a sottrarsi del tutto alla furia del figlio e rimase ferita, anche se in modo lieve. Veloce nell’evitare altri fendenti, la donna fuggì sul pianerottolo urlando tutta la sua disperazione. I vicini aveva sentito le grida durante il litigio. C’erano abituati. Ma quando Giovanna Poli, una delle soccorritrici, vide la donna con le mani insanguinate mentre si tamponava la ferita al collo capirono che le discussioni familiari, anche accese, quella volta erano degenerate rischiando di toccare un punto di non ritorno. La sorte ha voluto scrivere un’altra storia. Per una volta il disagio mentale non ha lasciato vittime accompagnate dagli immancabili interrogativi sulle responsabilità di chi avrebbe dovuto o potuto fermare il presunto colpevole. Nessuna sentenza di condanna è stata pronunciata per il tentato omicidio di via Triano. Solo la consapevolezza di quanto una psiche disturbata possa spingere un figlio ad accoltellare la mamma. Per una volta si risponde con un ricovero imposto, capace di anticipare e annullare altri possibili rischi di dover raccontare di liti finite nel sangue. E in tragedie.

Pietro Barghigiani

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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