Il Tirreno

Pontedera

Cateratte bloccate indaghi la procura

Cateratte bloccate indaghi la procura

La consulta di Casteldelbosco: «Le responsabilità sono chiare»

5 MINUTI DI LETTURA





MONTOPOLI VALDARNO. Ecco la verità sull’alluvione di Casteldelbosco. Dopo una ricostruzione molto accurata, la fornisce la consulta della frazione, che lancia pesanti accuse e che chiama in causa la magistratura perché faccia luce su quelle che, secondo i membri della stessa consulta, sono precise responsabilità.

Lo sfogo e le accuse. «Sono bastate 24 ore di pioggia – spiegano dalla consulta – perché gli abitanti di Casteldelbosco si ritrovassero per l'ennesima volta l'acqua in casa.Ma stavolta non è stato un evento eccezionale, improvviso ed imprevedibile come la rottura di un argine o l'esondazione dell'Arno, bensì la negligenza umana, in quanto non è stata effettuata nei tempi e nei modi adeguati la semplicissima operazione di chiusura delle cateratte situate lungo la ferrovia. Chi dobbiamo ringraziare? Volendo fare un elenco potremmo dire Rete Ferroviaria Italiana, Consorzio di Bonifica Valdera, amministrazione comunale, Genio Civile, Autorità di Bacino, Prefettura, protezione civile, ecc.. Ebbene sì, proprio tutti, perché sono oltre venti anni che, come la più classica delle storie all'italiana, si rimpallano la responsabilità della competenza di questi manufatti a suon di raccomandate. Ed ecco il risultato».

Un po’ di storia. La sinistra idraulica del fiume Arno nel tratto che attraversa il territorio comunale di Montopoli non è protetta da alcuna arginatura e si configura come area golenale che in caso di innalzamento del livello del fiume sarebbe completamente allagata, compresa tutta la frazione di Casteldelbosco. Questa pianura è intersecata dalla linea ferroviaria che la attraversa in senso longitudinale da ovest ad est sulla quale sono presenti alcuni cunicoli di attraversamento per consentire il naturale scolo delle acque da monte verso valle. Nella frazione di Casteldelbosco sono presenti nove cateratte in corrispondenza di altrettanti fossi principali di scolo, che vengono chiuse in caso di innalzamento del livello dell'Arno in modo da trattenere la piena sul lato nord del rilevato ferroviario. Questo insieme di opere, rilevato ferroviario e relative cateratte, che esiste sicuramente dal 1850 (epoca di costruzione della ferrovia), è stato fino ad oggi di fatto l'unica difesa idraulica del centro abitato di Casteldelbosco dalle piene dell'Arno. Durante l'evento alluvionale del 1992 queste cateratte sono state danneggiate e pertanto con un intervento straordinario sono state completamente sostituite. «Da allora – affermano dalla consulta di frazione – nessuno è riuscito a legittimare e definire la situazione giuridica e patrimoniale di queste opere, che di fatto non sono manutenute e gestite da nessuno. Gli undici solleciti scritti dalla consulta sulla questione sono serviti solo a produrre una notevole quantità di corrispondenza, incontri e riunioni fra tutti i soggetti coinvolti ma senza mai arrivare a definire niente. Anche il prefetto è stato informato fin dal suo insediamento della grave situazione di pericolo. E che dire dei dirigenti di Rfi, che in data 27 aprile 2012 comunicavano all'amministrazione comunale che le cateratte risultano abusive e quindi ne chiedevano l'immediata dismissione senza proporre nessuna alternativa, come se dall'alto della loro onnipotenza volessero rinnegare l'esistenza di un’opera ultracentenaria che per decenni ha protetto l'intero territorio dalle alluvioni».

Ma in passato come funzionava?

Mai a memoria d'uomo si ricorda un alluvione a Casteldelbosco per colpa delle cateratte. E allora come funzionava prima dell'avvento di tanta burocrazia? «Con un sistema molto semplice, efficace ed efficiente – ci rispondono dalla consulta – che ha sempre funzionato ed è assolutamente degno delle più evolute e tecnologiche sale operative della protezione civile e delle unità di crisi. Una famiglia abitante in golena appositamente individuata (nella fattispecie gli Zagaglia) dava l'allarme con una filiera ben precisa e definita quando l'Arno raggiungeva un determinato livello, ovviamente senza l'ausilio di stazioni idrometriche o altri costosi strumenti. Nel giro di poco tempo, 4 o 5 persone si ritrovavano e, a loro rischio e pericolo, salivano sul rilevato ferroviario e manovravano le cateratte. Le stesse persone si preoccupavano anche delle pulizia e della manutenzione dei meccanismi. Tutto funzionava alla perfezione fino a quando si è iniziato a parlare di burocrazia e competenze, fino a minacciare di denuncia chiunque fosse stato trovato sul rilevato ferroviario. Il tutto ovviamente senza trovare una procedura alternativa».

Cosa è successo venerdì. Alle 7 del mattino alcuni abitanti della frazione si sono accorti che i campi dietro l'abitato erano già invasi dall'acqua proveniente dall'onda di piena del fiume Arno ma pur sapendo che era necessario chiudere tempestivamente le cateratte sono rimasti invischiati in questo rimpallo di responsabilità. «Quando poi – raccontano dalla consulta – sono arrivati i tecnici di Rfi e i vigili del fuoco era troppo tardi e vuoi per la cattiva manutenzione vuoi perché il dislivello dell'acqua era già troppo alto le cateratte non erano più manovrabili. È stato pertanto deciso di far intervenire un mezzo meccanico delle Ferrovie che, partito dalla stazione di San Romano, è riuscito a chiudere le cateratte solo alle 11,30. Troppo tardi. Ormai l'acqua aveva già invaso le abitazioni. Ma ancora più paradossale è stato il percorso per la loro riapertura quando, nonostante l'Arno fosse già in fase di calo, nessuno dei funzionari presenti voleva assumersi la responsabilità di riaprire le cateratte impedendo al contempo l'accesso sulla ferrovia ai cittadini che ormai avevano raggiunto il limite di sopportazione ed erano decisi ad andare ad aprire di loro iniziativa visto il tergiversare delle istituzioni. La tensione è salita altissima tanto che è stato necessario l'intervento dei carabinieri. Solo verso le 18,30, grazie all'intervento del sindaco, che in prima persona ha dato l'ordine perentorio della riapertura dimostrando grande senso di responsabilità, le cateratte sono state finalmente aperte e l'acqua ha iniziato a defluire».

Dubbi e sospetti. «Tutto questo – sostengono in consulta – nel 2014 ci sembra veramente assurdo. E non vogliamo pensare, ma il dubbio è d'obbligo, che tutto questo sia scientificamente voluto perché questa zona deve essere una valvola di sfogo strategica durante le piene dell'Arno per far defluire un po' d'acqua prima dello scolmatore di Pontedera al fine di salvaguardare Pisa. Ovvero sacrificare cittadini di serie B per salvare quelli di serie A. Ora diciamo basta . Questa volta sarà la magistratura a decidere se c'è stata e di chi è la responsabilità e a definire una volta per tutte obblighi e compiti per la manutenzione e la manovra delle cateratte».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa