La manifestazione
Miriam e i Giusti di casa nostra
Sul palco del Mandela Forum la donna ringrazia chi la salvò dalla persecuzione
PONTEDERA. La voce, a tratti, trema. Ogni tanto si deve fermare e far passare quel nodo alla gola, prima di riprendere il racconto.
È la sua vita da bambina, figlia di ebrei, quella che MIriam Cividalli ha voluto raccontare ai ragazzi che - ieri mattina - assiepavano il Mandela Forum di Firenze che ospitava le celebrazioni della “Giornata della Memoria” volute dalla Regione Toscana.
Un racconto fatto di episodi ma soprattutto di volti e di nomi, quelli della gente - della Valdera e della zona di San Miniao - che settant’anni fa, aiutarono lei - che aveva dodici anni - le sue sorelle più piccole, i suoi genitori.
«Nell’estate del 1943 - racconta Miriam - avevo dodici anni. Insieme con le mie sorelle eravamo nella fattoria di Colleoli che dall’anno prima era di proprietà di sua madre.
Il primo volto che descrive, il primo nome che cità è quello del fattore di quell’azienda, Giuseppe Dani. «Era bravo, giovane, non ancora sposato e simpatico – racconta – Per noi bambine era uno dei grandi a cui dovevamo obbedire. Divenne presto “Zio Peppe”».
In quei giorni, nella fattoria si erano riparati, per sfuggire ai bombardamenti, tutti i parenti.
Poi, Miriam e le sue sorelle erano state accolte a casa del fratello del fattore a Mezzopiano, frazione di San Miniato Basso. A loro si aggiunse anche il padre.
Il fattore Dani trovò un rifugio anche per uno zio, antifascista e ricercato. «Una volta mia mamma fu ricoverata all’ospedale Lotti per una operazione e mio padre andò con lei», racconta Miriam ai razzi.
In quell’occasione il padre aveva affidato a Giuseppe Dani una lettera con la quale chiedeva di far avere ai suoi genitori (emigrati in Palestina) se non fosse sopravvissuto. In quella lettera racconta che all’ospedale Lotti lui, da ebreo, non avrebbe neppure potuto entrare. E che lo avrebbero segnalato ai carabinieri. «Nessuna di quelle persone, la gente di Colleoli e gli stessi carabinieri di Pontedera ci tradì: mia madre restò a lungo all’ospedale, poteva essere arrestata», conclude Miriam.
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