Il Tirreno

Pontedera

«In quindici minuti fecero tante vittime»

«In quindici minuti fecero tante vittime»

I ricordi dei testimoni di quel 18 gennaio di settant’anni fa «Sentivamo gli aerei che stavano arrivando da Pisa»

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PONTEDERA. Nella testa di chi ha visto cadere le bombe su Pontedera nel gennaio del 1944 ci sono immagini più che date. Mentre parlano, ogni tanto si fermano come se quelle scene passassero loro davanti agli occhi per l’ennesima volta.

Le sirene, gli sguardi rivolti al cielo e il fuggi fuggi generale. Ma anche il rientro a casa dopo gli attacchi.

Oppure al termine del passaggio dei tedeschi ritiratisi “oltr’Arno” e l’arrivo degli Americani.

Un incubo quasi uguale a quello vissuto sotto l’occupazione delle truppe di Hitler.

Oggi ricorre il settantesimo anniversario di quella che è definita dai pontederesi come la giornata più difficile della Seconda guerra mondiale, in cui gli alleati bombardarono la città facendo circa 100 morti. Una strage inutile, in cui Pontedera si scoprì indifesa.

Una ricorrenza speciale per chi ha vissuto quei momenti, ma anche per chi ne ha sentito parlare dai genitori e dai nonni. E che Il Tirreno vuole celebrare lanciando un appello: inviateci o portateci materiale e testimonianze di quelle terribili giornate in cui non sembrava esserci un domani.

Ma che, proprio da così tanta sofferenza e paura, è nata nei pontederesi e negli abitanti della Valdera una grandissima voglia di rinascere e di lasciarsi le bombe e gli spari alle spalle. Enrico Falchi è nato nel 1929.

Nel 1944 aveva 14 anni. Sua moglie Diva Falaschi ne aveva solo 6.

Lui abitava in via dei Magazzini. Lei nella zona del Chiesino. Erano giovanissimi in quei giorni terribili. Ma quelle scene non se le dimenticano.

«Nel giorno di Befana di quell’anno ci fu un bombardamento mirato – ricorda Falchi – che colpì la ferrovia e la Piaggio. Tra di noi dicevamo che gli alleati erano stati davvero precisi nel colpire obiettivi militari. Ogni giorno era la stessa storia. Sentivamo il rumore degli aerei ancor prima che suonasse l’allarme. Uscivamo fuori, ma poi vedevamo che sorvolavano soltanto la città per dirigersi altrove».

Il ricordo corre, poi, al giorno più... nero.

«Ma quel 18 gennaio fu diverso. Ricordo che ero in casa con i miei genitori e suonò la sirena. Poche ore prima avevano bombardato Pisa e noi sentivamo le bombe che cadevano a terra. Quel giorno le sentimmo sopra le nostre teste. Il sibilo delle bombe e poi il frastuono a terra. Ci riparammo dove adesso c’è la sede del Pd, in mezzo ai campi. Ci dovevamo buttare a terra per evitare spostamenti d’aria e schegge e per un quarto d’ora fu un bombardamento a tappeto». In seguito, le bombe alleate caddero su Pontedera anche il 21 e il 22 gennaio, prima che la città venisse in qualche maniera messa al sicuro.

«Per me il peggio venne dopo il ritiro dei tedeschi – racconta sua moglie – perché eravamo sfollati a Cenaia e in nostra assenza i tedeschi avevano buttato giù la nostra casa. Non avevamo più niente, solo un piccolo stanzino dove far crescere un maialino, al quale davamo da mangiare gli avanzi delle cucine degli americani che si erano stabiliti nel Villaggio Piaggio».

La memoria va soprattutto a uno degli aspetti più importanti, quello dello sfamarsi.

« Il cibo era fondamentale, perché non ce n’era – spiega ancora la donna – Mio marito mi ha sempre raccontato un aneddoto emblematico. Un giorno un gruppo di aerei alleati mitragliarono un treno su cui viaggiavano cavalli. Gli animali morirono e la gente corse a prendersi la carne da portare alle proprie famiglie, in modo da sfamarla».

Andreas Quirici

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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