Il Tirreno

Pontedera

Io straniero in Valdera ai tempi della crisi Ecco come sopravvivo

Io straniero in Valdera ai tempi della crisi Ecco come sopravvivo

Sogni e sfruttamenti, italiani e immigrati a confronto E per i pontederesi chi viene da fuori non ruba il lavoro

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PONTEDERA. Lasciano la loro terra perché costretti dalla miseria e dalla fame, perché hanno paura della guerra o semplicemente per giocarsi una nuova opportunità. Albanesi, romeni, marocchini, senegalesi, cinesi, filippini, ucraini, polacchi, macedoni, bulgari affrontano un lungo viaggio, in aereo o via mare, in cerca di fortuna. Non sempre l’Italia è la prima tappa del loro peregrinare. In Valdera gli immigrati arrivano, in molti casi, per ricongiungersi con chi li ha preceduti: un padre,  uno zio, un cugino. Trovano lavoro nelle concerie e nei calzaturifici. Sono assunti alla Piaggio o nelle piccole e medie imprese satelliti. Guidano tir. Portano pacchi. Assistono anziani. Tengono in ordine le case dei pontederesi, gli uffici, gli ospedali e le scuole del territorio.  Costruiscono muri. Lavorano la terra. Aprono negozi di alimentari, di abbigliamento, kebab o internet point.

«Stringono» la cinghia per risparmiare ed inviare tra il 10 ed il 60% del loro stipendio alla famiglia rimasta in patria. Ma ben presto la terra promessa si rivela per loro meno idilliaca di quanto immaginato. Interessanti i dati che emergono da uno studio su un campione rappresentativo di occupati e disoccupati italiani e stranieri del nostro territorio, condotto da docenti e ricercatori del laboratorio Morgana (Mobility, regions, geo-economics and network analysis) del dipartimento di Bioscienze e territorio dell’università del Molise.

Lo studio – commissionato dalla Tavola della pace e della cooperazione - sarà presentato venerdì 17 gennaio alle ore 19.30 al Centrum Sete Sois Sete Luas a Pontedera in occasione del talk show «Il Sogno e la crisi». Come italiani e stranieri sono arrivati a strappare un contratto di lavoro? La maggior parte degli italiani intervistati hanno risposto: «da soli» e, in misura minore, «grazie ad un intermediario italiano», «grazie alla famiglia» e «grazie ad amici». Gli stranieri: «grazie ad una agenzia di lavoro interinale», «da soli», «grazie ad un connazionale».

Nove italiani intervistati su 10 e 7 stranieri su 10 si accontentano del  loro attuale lavoro: tuttavia uno straniero su due osserva come il lavoro loro richiesto non valorizzi a pieno le loro competenze e professionalità.  

«Non è raro trovare tra gli immigrati fior di laureati che si adattano a lavori più umili» osserva Pietro Pertici, coordinatore della Tavola della pace.

52 persone intervistate su 100 hanno la percezione che i lavoratori stranieri siano più sfruttati dei lavoratori italiani. I motivi? «La scarsa conoscenza che i lavoratori stranieri hanno dei loro diritti», «la disonestà dei datori di lavoro», «la necessità di accettare lo sfruttamento per bisogno». Gli intervistatori hanno parlato anche con diversi stranieri titolari di partita Iva, chiedendo loro: «perché avete scelto di aprire una attività in proprio»? 22 intervistati su 100  hanno risposto «per mantenere il permesso di soggiorno», 18 su 100 «perché non ho trovato un lavoro da dipendente», altri 18 su 100 «perché in proprio guadagno di più».

Pochi tra gli italiani intervistati hanno affermato di considerare gli stranieri come competitor nel mercato del lavoro. Alla domanda: «gli stranieri rubano il lavoro agli italiani?» metà dei cittadini di Pontedera e dintorni intervistati ha risposto «no», mentre l’altra metà si è trincerata dietro un «non so». «Il report rileva, semmai, una discreta compresenza di italiani e stranieri negli ambienti di lavoro – commenta la professoressa Monica Meini, docente di origine pontederese, coordinatrice dello studio -  L’80% degli stranieri intervistati lavora anche con colleghi italiani. Tra questi, il 78% ritiene di aver buoni rapporti con i colleghi italiani, il 9% lamenta  qualche problema di comprensione, mentre 8 immigrati su cento denunciano episodi di razzismo di colleghi e datori di lavoro italiani nei loro confronti». E chi è rimasto senza lavoro? L’8% degli intervistati si trova in questa situazione. Tra tutti - italiani e stranieri prevale la convinzione che il lavoro tornerà entro un anno. Nella speranza che passi la crisi. E nel frattempo? Gli italiani intervistati sostengono di aver pensato almeno una volta di lasciare il Paese – anche se poi non ne hanno fatto di niente perché hanno paura di avventurarsi verso l’ignoto o perché sono legati al territorio da una rete di rapporti familiari e amicali. Gli immigrati si mostrano più flessibili: «mandano meno soldi in patria» (nel 24% dei casi), rientrano in patria per alcuni periodi (in 24 casi su cento). Si rendono disponibili «ad emigrare in altri Stati» (nel 20% dei casi) o, più semplicemente, riescono più facilmente a  «cambiare lavoro». Nonostante ciò gli immigrati, in genere, continuano a considerare l’Italia un paese dove si vive meglio che nel loro paese di origine. E ad apprezzare la rete di rapporti che, nel frattempo, sono riusciti a costruirsi in Valdera.

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