Sicurezza
«È il momento di cambiare puntando all’innovazione»
Il segretario toscano del Pd e consigliere regionale: «Quest’area è strategica per lo sviluppo, ma alla politica serve il coraggio di dare la svolta»
PONTEDERA. La parola da tenere bene impresso nell’anno che sta per arrivare è innovazione. Ivan Ferucci, consigliere della Regione Toscana e segretario regionale del Partito democratico, ne fa un credo. «Innovare e cambiare – dice – sono necessari, per creare nuove prospettive. Ma serve anche il coraggio. E la politica, questo lo deve avere».
Innovare è anche puntare a obiettivi prestigiosi. Nell’ultimo consiglio regionale si è parlato della ferrovia che dovrebbe svilupparsi lungo lo Scolmatore?
«Se ne parlerà nel primo consiglio del prossimo anno, il 14 gennaio. L’emendamento è stato accolto: questa opera sarà strategica per un piano di sviluppo della regione».
Che peso ha la Valdera, a livello regionale?
«Importante. Sono state individuate sei aree alle quali destinare gli investimenti. Quella di questa parte della Toscana riguarda Pisa, Livorno e l’Unione Valdera. Dentro quest’area ci sono le principali strutture della regione: il porto, l’interporto. Collegare la Valdera con l’interporto di Guasticce, significa rendere ancora più competitiva la Valdera: ecco perché è importante quella linea ferroviaria. Darebbe sviluppo a tutta la logistica manifatturiera che sarebbe il futuro della Valdera».
Ma questa area è importante anche per altro: la tecnologia, la ricerca.
«Dentro questo triangolo ci sono tre poli tecnologici. Secondo me dovrebbero essere unificati in uno solo. Si mette insieme il polo tecnologico di Navacchio, con quello dell’automotive di Livorno e con Pont Tech di Pontedera, in sinergia col sistema industriale: infrastrutture e poli tecnologici creerebbero un rapporto più stretto tra industria e tecnologia».
Un bel richiamo per chi vuole investire.
«Se la Piaggio, pur internazionalizzandosi, ha deciso di tenere la testa qui da noi, questo dovrebbe essere da esempio ad altre realtà industriali. Penso che potremmo essere il punto di partenza per un nuovo modello di sviluppo: negli Anni Ottanta dalla grande fabbrica, siamo passati alle piccole e medie industrie, ora dobbiamo fare un passo avanti, perché qui c’è la capacità di innovare. E lo sappiamo fare nel rispetto dell’ambiente».
Sul tema dei servizi, però, la strada per arrivare ai gestori unici, per i rifiuti, per l’energia e per i trasporti, sembra essere tortuosa.
«Sono processi lenti, vanno accelerati. Anche perché io ritengo che la competitività non si ottiene solo attraverso il costo del lavoro. Se siamo in grado di offrire anche servizi a costi inferiori, infrastrutture più razionali, possiamo rendere con i cosiddetti costi indiretti, più competitive le nostre aziende».
Un altro grande tema è la riorganizzazione istituzionale.
«Un processo che ritengo irreversibile. Per me sarebbe gravissimo tornare a votare per le Province: sarebbe un ulteriore colpo alla credibilità della politica. E poi deve riguardare anche i Comuni».
Però alcuni progetti di fusione sono stati bocciati, proprio da queste parti.
«Credo che la colpa sia di una visione non complessiva del problema e di una mancanza di riferimenti. Qui si attuavano per la prima volta, non c’era un esempio da valutare».
Ma c’è l’Unione.
«È un processo importante, che dev’essere completato, deve ricevere maggiori competenze dai singoli Comuni. Guai a concepirlo come un Comune a sé, un ulteriore ente da affiancare a quelli già esistenti. Deve arrivare a fare una pianta organica unica del pubblico impiego. Ci vuole il coraggio di cambiare, altrimenti gli effetti della crisi rischiano di mettere ancor più in difficoltà i servizi che si sono creati. Occorre avere il coraggio»
Questo è un ruolo che deve avere la politica.
«Deve avere una capacità profonda di rinnovamento, di idee nel tessuto sociale, quello locale. Ma attenzione, non può contare l’etichetta che uno si porta dietro, di appartenenza a questa o quella corrente. Deve contare la capacità dell’individuo. Questo, almeno, gli ultimi eventi della storia del nostro partito ce lo devono insegnare».
Qual è il bilancio dell’esperienza di segretario regionale Pd?
«Intanto questo percorso mi ha permesso di conoscere meglio la nostra Regione. Sul fronte personale la ritengo positiva, ma sono consapevole che quando ci metteremo a discutere del futuro, occorre una candidatura che sia condivisa a livello toscano: mi metterò a disposizione di questo obiettivo. Serve un nome che metta tutti d’accordo».
Il percorso che porterà a questo sarà avviato a breve.
«Il congresso dev’essere l’occasione per dare un spinta forte alla innovazione della regione. Occorre riflettere: noi siamo visti come conservatori, invece abbiamo rinnovato. E il rinnovamento non passa attraverso le persone, ma nei fatti svolti sul territorio. E oggi la sfida è questa: dobbiamo avere il coraggio di cambiare, rispetto a quello che abbiamo fatto nel nostro passato».
Questa del coraggio di cambiare è un’immagine che ritorna spesso, nella visione della politica di Ferrucci.
«In passato questo coraggio lo abbiamo avuto, alcune cose importanti sono state fatte. Adesso diamo l’immagine di esserci fermati. Ed è per questo che chiedo alla nostra classe dirigente di avere la forza non di gestire l’esistenza, ma di cambiare, mettendosi in discussione, anche prendendo decisioni che oggi sono impopolari e che però in prospettiva sono importanti».
Nel recente passato ha lanciato l’idea di una fusione tra i comuni di Pontedera e di Calcinaia.
«Non è una provocazione, ma evidenziare una prospettiva: prima di noi qualcuno aveva fatto delle scelte importanti. Ci sono elementi oggettivi che rendono questo progetto razionale. Ma c’è anche un aspetto più politico che mi ha portato a fare quella proposta: tanto più il governo del territorio è stato virtuoso fino a oggi, tanto più occorre dare una svolta, adesso, per creare nuove prospettive. Sembra un paradosso, ma proprio la virtuosità creata con gli atteggiamenti passati, spinge a questo: se non fosse così, tutto è più difficile».
Ma qual è il modello istituzionale più valido, per rappresentare i cittadini?
«Credo che se fosse strutturato in un consiglio comunale più ampio - ad esempio quello di una città di quarantamila abitanti, come sarebbero Pontedera e Calcinaia, una volta fuse - e tante municipalità, che coinvolgano i cittadini, avrebbe un peso specifico ben diverso».
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