Il Tirreno

Pontedera

«I politici pensano troppo al proprio io»

di Cristiano Marcacci
«I politici pensano troppo al proprio io»

Secondo il vescovo Fausto Tardelli occorre che l’associazionismo si faccia sentire di più

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di Cristiano Marcacci

Mancano ormai pochi giorni al Natale e con il vescovo Fausto Tardelli è il caso di fare due chiacchiere su una ricorrenza che mai come quest’anno sta bussando alle porte delle famiglie con un fardello di difficoltà e preoccupazioni. Il numero uno della diocesi non si tira indietro e, per un’ora circa nel suo studio, condivide con noi una serie di importanti e articolate riflessioni.

Tra la gente è comune il senso di smarrimento e, soprattutto, la totale perdita di prospettiva verso un futuro a cui nessuno sembra non voglia più pensare per non amplificare i grossi timori del presente. Anche dalla Chiesa la visuale è la stessa?

«Con il passare degli anni la situazione di crisi è indubbiamente peggiorata. Comincia a serpeggiare un forte senso di abbattimento. Lo sconforto si unisce alla delusione e, talvolta, sconfina nella rabbia. Molte persone sono sul punto di lasciarsi cadere le braccia e questa è sicuramente la sensazione più brutta».

Da dove devono venire gli aiuti?

«Dubito che possano venire dalla politica. Un tempo si diceva che i nostri politici si trovavano nel guado, ora mi sembra che questo guado sia diventato la Fossa delle Marianne. Quando le cose si fanno buie, penso che sia opportuno cercare di rientrare in se stessi, facendo appello a quello che c’è di più vero dentro di noi. Sotto questo punto di vista il Natale è importante, perché è il momento in cui si dovrebbe pensare alle radici della festa, che prima di tutto è una festa di speranza, di possibilità per una vita nuova. Alla fine, tutte le crisi che comportano degli sconvolgimenti hanno un’opportunità, quella di ripensarsi, ripensare, ritrovare verità e gusto delle semplicità. Solo così nel cuore tornerà a brillare un po’ di speranza, trovando la forza per un colpo di reni e per scommettere».

Chi non ce la fa, però, arriva addirittura a togliersi la vita. Come evitarlo?

«Occorre interessarsi di più l’uno all’altro. Bisogna avvertire di più i bisogni dell’altro. Prendiamo il caso di Riparbella, dove un ristoratore si è suicidato perché assalito dai debiti. Non mi dimenticherò mai la cena che abbiamo organizzato con il prefetto nel ristorante della vedova e la gioia di quella donna per l’attenzione, la vicinanza e la partecipazione dimostratele».

Non ci vorrebbero forse anche dei salva-vita previsti dallo Stato a cui ricorrere nelle situazioni più estreme?

«Sono d’accordo. Occorrerebbero dei meccanismi pronti a scattare nei momenti di maggiore difficoltà. Non sarebbero affatto atti di buonismo, bensì dei veri e propri benefici per la società intera. Per far questo, però, sarebbe necessaria una classe politica in grado di recepire le istanze e trasformarle in leggi efficaci e rispondenti. Purtroppo, paghiamo lo scotto di una situazione politica di grande difficoltà. Per due motivi essenzialmente: sia perché la classe politica è distante dalla realtà sia perché c’è la spasmodica ricerca del proprio io. Molto spesso, quest’ultima diventa, tra i politici, la motivazione di ciò che si fa».

E allora com’è possibile intraprendere una rigenerazione della classe politica?

«Deve essere invertita la tendenza, che vede ora le persone più valide, con più potenziali contributi da offrire, tenersi lontane dall’impegno in politica. Il mondo della solidarietà, ad esempio, è molto forte e occorrerebbe che acquisisse più spazio a livello politico. Ci sono diversi ambiti da cui potrebbe arrivare la spinta decisiva, come ad esempio la Caritas, sempre vicina ai bisogni con disinteresse e generosità. L’associazionismo diffuso è la vera forza del nostro Paese e sarebbe l’ora che si facesse sentire di più».

Più di un parroco ultimamente ha chiaramente affermato che il gioco d’azzardo legalizzato e le slot-machine rappresentano uno dei nuovi diavoli della nostra società. È d’accordo?

«Perfettamente d’accordo. Sono contrario in modo totale alla diffusione dei giochi d’azzardo. E la cosa peggiore è che questi siano sostenuti dallo Stato. Certe opportunità sono assolutamente distruttive. La fortuna, nella vita, bisogna costruirsela. Inoltre, certe abitudini si trasformano pian piano in dipendenze e malattie, nelle quali cadono le classi più deboli, rimanendo alla fine invischiate in un’autentica schiavitù. Condivido in pieno la campagna per promuovere l’allontanamento di questi giochi dai pubblici esercizi. Sono da lodare coloro che nei propri locali vi hanno rinunciato scapitandoci dal punto di vista economico. È un modo indegno di prelevare denaro al prossimo».

L’ultimo numero del settimanale della diocesi, “La Domenica”, riporta un intervento di don Francesco Ricciarelli, il quale prende spunto dalla richiesta di una maestra all’interno di un negozio di dischi (“Vorrei un cd di canzoni di Natale che però non parlino di Gesù”) per sottolineare il rischio di una sempre maggiore vacuità delle ricorrenze. Anche secondo lei si sta affievolendo il senso cristiano del Natale?

«Nel mondo occidentale stiamo vivendo un affievolimento della fede, mentre dall’altro lato si registra il sopravvento da parte della materialità delle cose. I riferimenti cristiani sono sempre più appannati ed ecco perché occorre ritrovare la freschezza del messaggio cristiano, rilanciando il Vangelo di fronte all’individualismo diffuso».

Si aspettava che papa Francesco fosse così rivoluzionario?

«È una sorpresa dello Spirito Santo. Questa carica particolarmente travolgente che lo contraddistingue è una novità anche per me. Papa Francesco incarna proprio la dimostrazione del fatto che lo Spirito Santo c’è, lavora e produce. È un grande segno di speranza.

Alcune settimane fa lei ha lanciato l’idea di una partnership tra istituzioni e imprenditoria privata per il restauro e la valorizzazione in chiave turistica dei beni architettonici e artistici del Valdarno. Nel 2014 si passerà ai fatti?

«Lo spero proprio. La proposta l’ho fatta e mi auguro che qualcuno la recepisca per cominciare a lavorarci. L’interazione tra le intelligenze del territorio può rivelarsi un ingranaggio positivo, anche se le rotelle da far girare nello stesso momento tutte insieme sono tante. Nell’ambito dei beni culturali penso infatti che ci siano delle potenzialità enormi. Ad un’eccellenza in conceria può sicuramente corrispondere un’eccellenza artistica».

Il Natale è alle porte. Qual è l’augurio che si sente di rivolgere ai lettori del Tirreno e, più in generale, ai cittadini della sua diocesi?

«In primo luogo mi rivolgo a tutte quelle persone che, più di altre, avvertono la fatica di andare avanti e sono sul punto di lasciarsi andare, di abbassare le braccia. A loro dico di non mollare, di non farsi vincere dalle avversità, dalla depressione. Il messaggio di speranza può essere solo uno: non pensiamo a salvare esclusivamente noi stessi senza pensare agli altri, perché siamo talmente concatenati l’uno all’altro che dobbiamo aiutarci l’uno l’altro per salvarci tutti insieme. Siamo disposti ad ascoltare la buona notizia del Natale, che ci parla di un Dio nostro compagno di viaggio, il quale è disposto a regalarci una possibilità di vita nuova, scaldandoci il cuore e ridando speranza all’esistenza».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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