Il Tirreno

Pontedera

Catering per i vu cumprà nella casa popolare

di Manolo Morandini

Una delle tante storie per le quali il Comune è intervenuto recuperando l’alloggio Cresce la “fame” di abitazioni: trenta per cento in più negli ultimi tre anni

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PONTEDERA. L’odore di soffritto. Di carne stufata. È sempre così penetrante da invadere l’androne del palazzo. C’è anche la calura estiva a renderlo meno sopportabile. È la quotidianità nella bella stagione di un condominio popolare a Pontedera. Col freddo tutto sfuma. Agli odori subentra un via vai di persone. C’hanno messo un po’ per venire a capo del fenomeno quelli dell’Ufficio Casa. All’origine c’è la scelta di una donna che per mettere insieme il pranzo con la cena s’inventa titolare di un improvvisato catering. Cucina e impacchetta in quell’appartamento. Poi carica tutto in auto e si dirige verso Marina di Pisa. Raggiunta la pineta apre la bauliera dell’auto e dà vita al suo ristoro low cost, atteso dai venditori ambulanti. Un piccolo giro di soldi in nero, ma soprattutto un uso improprio della casa popolare. E poi quell’abitudine con la fine dell’estate di lasciare la Città della Vespa per rientrare nella sua terra d’origine, il Senegal. Oltretutto, lasciando in subaffitto la casa pontederese.

Dietro a quelle mura non è il colore della pelle ma il bisogno ad aguzzare l’ingegno. I requisiti per l’assegnazione della casa popolare alla signora sono in regola. Poco alla volta lei scala la graduatoria comunale. Fino a raggiungere l’agognato traguardo. Entra in casa, ma pecca. Di quell’alloggio ne fa un uso improprio. E allora la sua povertà e la necessità di lavorare devono fare i conti con l’equità. Quel criterio che se ben declinato mette le persone a parità di condizione in posizione diversa. E così perde il diritto a occupare l’alloggio.

Una storia in grigio, come altre venute alla luce durante i controlli. Ci sono italiani che pur avendo i soldi per far fronte all’affitto da tempo non lo pagano. Una morosità volontaria, fino ad accumulare cifre che sfiorano i 20mila euro. Inutili i richiami dell’amministrazione comunale. La soluzione arriva con lo sfratto. C’è anche chi si vede assegnare dietro richiesta motivata un altro alloggio, più confortevole, ma sceglie di tenere un piede anche nel vecchio in cui prova a piazzare un familiare. E chi si ritrova proprietario di una villa, un’eredità da 19 stanze in zona Bellaria, ma non vuole saperne di lasciare l’alloggio popolare. Tutte storie chiuse in questi mesi. Le case sono state recuperate e assegnate ad altre persone in graduatoria.

È il bisogno a dare l’urgenza di controlli a maglie strette. In Comune l’attività di verifica dei requisiti sui circa 800 alloggi popolari sembra non conoscere sosta. E in questi mesi ha registrato un cambio di passo. Le maglie si sono fatte strette, anche con l’aiuto dell’informatica. Del resto negli ultimi tre anni l’emergenza è lievitata. Rispetto al bando del 2010 nell’ultima graduatoria si contano 89 domande in più, da 298 si è saliti a quota 387: ovvero +30%. Ma la dimensione reale deve contare anche i settanta alloggi che nell’arco del triennio sono stati assegnati. E così, la stima di chi insegue una casa a un canone popolare non riuscendo a far fronte agli affitti di mercato si aggrava.

Nonostante gli sforzi c’è uno stock di famiglie in difficoltà che invece di ridursi cresce. Ed è il segno di come le difficoltà economiche in quest’ultimo triennio stiano falciando le gambe a molti. A chi guarda da vicino e con costanza al fenomeno, non sfugge che in molti tra coloro che si sono aggiunti nella graduatoria sono lavoratori lasciati a casa dal tracollo dell’edilizia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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