Italia
«Il nostro argine non ha retto alla furia dell’acqua»
Ponteginori, travolta la barriera costruita dagli abitanti Lo sfogo di chi si è trovato investito dalla piena del Cecina
MONTECATINI VALDICECINA. Sguardi gonfi. Che non s’incrociano. Pieni di quell’acqua che li ha strappati dalle loro certezze. E addosso i segni del fango e di una notte insonne. Di lavoro e di lotta, dopo la grande paura, per ridare vita alle loro cose. Non ci sono vittime, ma tanta rabbia. Quella che monta sapendo che non è la prima volta che il Cecina bussa alle loro porte. Ma questa volta si è preso tutto. Giancarlo Licari è dentro il suo magazzino di materiali edili da più di ventiquattr’ore. La piena qui, in località Cacciatina a Ponteginori, è arrivata all’improvviso. «In quindici minuti da quando il fiume ha rotto l’argine ci siamo ritrovati con sessanta centimetri d’acqua nel piazzale – dice –. L’acqua ha iniziato a trascinare via le attrezzature, tubi, pancali, cisterne, travi di legno e isolanti termici. E a salire di livello fino a entrare nell’ufficio, a più di un metro e mezzo da terra». I segni della devastazione sono sparsi per centinaia di metri. Si stimano danni per 200mila euro. «Eravamo in otto a cercare di salvare il possibile. Poi abbiamo visto l’impensabile, non potevamo più tamponare. E ci siamo arresi».
Sta tutto nel raggio di qualche centinaio di metri il passaggio dell’onda. Da un lato della strada 68 c’è il magazzino dei Licari e un capannone agricolo, dall’altro il ristorante La verde oasi. Bastano quattro mani per contare le vittime, molte di più per mettere insieme i segni di un disastro annunciato. Che sul terreno lascia solo danni materiali e rabbia. «Vedi l’acqua salire e sei impotente. Guardi e ti fai il segno della croce». Francesca Licari lavora con il fratello Giancarlo. Quando è arrivato il fiume ha trovato riparo al centro della strada, ma anche qui «la corrente ci trascinava via, facevamo un passo in avanti e tre indietro. L’acqua è arrivata all’altezza del finestrino dell’auto».
Sull’altro lato della strada c’è il casolare con il ristorante e le abitazioni al piano superiore. È qui che Angela Mangini ha vissuto la sdua ora di paura. «Sono rimasta bloccata in una stanza al piano terra – dice –. Non riuscivo ad aprire la porta. L’acqua entrava anche dallo sfiato del gas. Non ho mai visto una cosa del genere eppure vivo qui da quarant’anni».
La rabbia si scontra con la realtà. «Negli ultimi due anni c’eravamo salvati perché abbiamo realizzato un’argine a nostre spese – dice il signor Giancarlo –. Ma sono serviti quattro anni di burocrazia prima di riuscire a farlo, oltretutto sulla nostra proprietà, che confina con il fiume. Rispetto al greto l’argine è alto due metri e mezzo, ma non è bastato». E gli fa eco il fratello Alessandro Licari che lì ha il ricovero degli attrezzi della sua impresa edile. «Viene il magone. Abbiamo tirato su la roba ad un’altezza dove di solito l’acqua non arriva, ma non è bastato. Poi ci siamo resi conto che era meglio salvarci noi».
Se l’è vista brutta Giovanni Nasuti. Cercando di mettere in salvo gli animali e gli attrezzi agricoli si è trovato con l’acqua al collo. A raccontarlo è suo figlio Riccardo che non c’ha pensato due volte a mollare il trattore, con cui stava aiutando le persone a uscire dalla piena, spogliarsi del superfluo e gettarsi in acqua. «Col trattore non riuscivo ad arrivarci, mi sono spogliato e l’ho raggiunto a nuoto – dice –. Abbiamo preso a riferimento un palo che sbucava dall’acqua per ritrovare la strada e un po’ alla volta siamo riusciti a uscire. Ci attaccavamo l’uno all’altro, ma la corrente ci spostava in continuazione». È loro anche il ristorante La verde oasi. «Dentro l’acqua è arrivata a quaranta centimetri d’altezza», dice la mamma Cristina Fedi. «Il fiume deve essere pulito e gli argini vanno sistemati. Ci dicono che non ci sono i soldi ma ci negano anche la possibilità di farlo a nostre spese. Abbiamo un trattore e quando non serve nei campi potremmo curare l’argine. Ma guai, se ti avvicini ti fanno anche una multa».
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