Italia
Sire Gadiaga e cinque figli da campare
Sono storie di disagio e di dignità quelle dei lavoratori Lorbac, rimasti da più di due mesi senza stipendio e ancora in attesa di tempi certi per l’accesso agli ammortizzatori sociali. «Praticamente...
Sono storie di disagio e di dignità quelle dei lavoratori Lorbac, rimasti da più di due mesi senza stipendio e ancora in attesa di tempi certi per l’accesso agli ammortizzatori sociali. «Praticamente mi mantengo solo grazie all’aiuto di mio fratello – racconta Lina Di Bella, da 16 anni all’interno del calzaturificio –. Ci hanno lasciato senza stipendio, ci hanno buttato in mezzo alla strada senza dirci niente, ma si permettono ancora di girare per il paese a testa alta, senza vergognarsi. Sono stata anche in Comune, dal vicesindaco, per sapere se potevano aiutarmi in qualche modo, ma mi è stato solo detto di non pagare le bollette fino a quando non avrò i soldi. In paese, se non altro, si avverte comunque tanta solidarietà, la gente è con noi, perché tutti hanno capito che la proprietà si è comportata male».
«Che l’azienda fosse in crisi lo sapevamo tutti – ricorda Anna Silvestri – ma che chiudessero in questo modo non se l’aspettava nessuno. Hanno trovato la strada peggiore».
Una strada che ha messo in enorme difficoltà soprattutto chi vive solo, senza altri stipendi in famiglia su cui potersi aggrappare, e spesso con il peso di due o più figli da portare avanti.
E c’è anche chi di figli ne ha addirittura cinque: è il caso dell’unico lavoratore di origine straniera dell’azienda, Sire Gadiaga, senegalese, arrivato in Italia nell’87 e assunto all’interno del Lorbac 13 anni fa. Volato in Senegal ad agosto, è stato l’ultimo dei dipendenti ad essere informato della chiusura, dopo essersi presentato inutilmente davanti ai cancelli dell’azienda. «Vivo in affitto a 600 euro – racconta –. Da quando sono senza stipendio abbiamo smesso di usare la macchina. Presto dovrò cercare un nuovo lavoro».
In pochi, infatti, credono realmente alla possibilità di una riapertura con una nuova proprietà.
«Noi ci speriamo – afferma Barbara, 38 anni – ma se anche fosse bisogna vedere quanti di noi verrebbero ripresi in azienda». (g.p.)
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