Finanza
«Picchiata per anni dal marito»
Chiesto il rinvio a giudizio di un artigiano per maltrattamenti in famiglia. La donna racconta una vita d’inferno, lui nega
PISA. Lei racconta una storia fatta di anni di botte, vessazioni, disprezzo, violenze fisiche e morali, racconta di una vita che poteva essere diversa e che invece, secondo le sue parole, è stata marchiata per sempre da un'esperienza di dolore che l'ha condizionata, che le ha cambiato il carattere, l'ha fatta ammalare e che le pone tanti interrogativi per il futuro. Lui parla di una donna che delira in preda alla sua depressione, quasi una psicopatica, da cui è bene difendersi. Come sempre, due verità a confronto, due vite sprecate in un dolore che forse si poteva evitare con un po’ di buon senso.
Dopo la prescrizione di una querela per violenza sessuale, prescrizione avvenuta nel corso delle indagini, dopo una querela per stalkig ritirata in concomitanza di un divorzio lungo e conflittuale, la vicenda sarà riproposta fra pochi giorni in tribunale. Il sostituto procuratore Giovanni Porpora, il pm che ha indagato su questa brutta storia, ha chiesto per il marito, un cinquantenne cascinese, il rinvio a giudizio per un quarto di secolo di maltrattamenti in famiglia. Toccherà al giudice Guido Bufardeci decidere se archiviare il caso o rinviare a giudizio quest’uomo, artigiano, padre di tre figli, di cui uno minore.
Laura, il nome ovviamente è di fantasia, è una imprenditrice che opera in provincia, che ha chiuso e riaperto la sua azienda con non poche difficoltà, che ha paura del futuro e soprattutto, è la sua accusa maggiore, di essere screditata di fronte ai figli. Sul viso provato e su un fisico curato, i segni di una bellezza che potrebbe rinascere, nella parola che fluisce continua, i tratti di una vivacità che nessun giogo è riuscito a piegare.
«I figli piu grandi sanno chi sono e cosa ho fatto - spiega - ma il più piccolo, per quanto sia attaccatissimo a me, può restare influenzato e a volte viene influenzato».
Laura racconta di una storia difficile da sempre, fin dall'inizio. La richiesta del pm riguarda infatti tutto l'arco di tempo della relazione, dal 1986 al 2010, quando finalmente un divorzio sancisce la parola fine ad una vita problematica. «Se si guardano le foto del matrimonio - aggiunge Laura - si vede che ho gli occhi pieni di lacrime. Le botte in realtà sono iniziate durante il fidanzamento. Ed ero già incinta. E non mi sono mancate neanche quando aspettavo l'ultimo figlio. Per mandarlo in bestia bastava qualsiasi cosa, magari il parlare a tavola del pagamento di una bolletta. Si aspettava che i ragazzi andassero a letto e poi le botte arrivavano in un stanzino vicino alla cucina, lontano dalle camere in cui i bimbi dormivano, per fortuna. Mani alla gola, coltello in mano. Alla fine non ce l'ho fatta più. Il desiderio di lasciarlo è stato punito con un violenza sessuale inaudita, raccapricciante, avvenuta di notte, nel mio ufficio, dove mi ero rifugiata. A quel punto sono sparita per un mese e sono andata dall'avvocato: si è arrivati ad un affido condiviso, era il 2002».
Ma le persecuzioni sarebbero continuate: chiamate al telefono e scampanellate notturne, pedinamenti, insulti davanti a chiunque, ancora percosse, minacce. «Soprattutto se non facevo quello che mi veniva chiesto. Me lo ritrovavo davanti ovunque. Il problema è che io ho pochi parenti, mentre lui ha alle spalle una famiglia compatta e numerosa, che lo appoggia in tutto, soprattutto in una nuova relazione in cui ho l’impressione che si tenti di portare mio figlio adolescente da un’altra parte. Io non sono più purtroppo la stessa persona, sono un rottame».
Laura continua a raccontare a valanga la sua storia, con continue parentesi, parla veloce, starle dietro è difficile. Lo capisce. «Ho un tumore per cui mi sto curando – aggiunge – e altri malesseri vari. In più una leggera ischemia mi ha purtroppo causato quella difficoltà di espressione per cui lei fa fatica a comprendermi».
È vero: capirla, mentre si mangia le parole, non è facile. «Soffro di ansia anticipatoria – dice ancora – mi scusi. Voglio solo che qualcuno mi ascolti finalmente e che non mi facciano apparire come una pazza. Come potrei esserlo? Ho sempre lavorato, mi sono sempre data da fare. Voglio solo che tutto questo finisca e che, nonostante i figli in comune, ci sia rispetto delle decisioni di entrambi, delle scelte che si devono fare per il minore, che si ascoltino le sue aspettative sulla base di quello che veramente lui può fare, non su quello che gli si vuole far fare, come ad esempio, portarlo in tribunale. Ma perché? Vorrei finalmente essere tranquilla. La persona che mi ha fatto tutto questo ha sempre detto di amarmi: ma questo è davvero amore?».
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