Il Tirreno

Pontedera

Insieme a Mazzinghi i brividi di 50 anni fa

di Andrea Lanini
Insieme a Mazzinghi i brividi di 50 anni fa

Con lui abbiamo rivissuto la mitica finale del “Vigorelli”

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PONTEDERA. Oggi è la festa del grande Sandro. La sua strepitosa carriera di pugile è cosparsa di date memorabili e, nonostante molto tempo sia passato da quei leggendari gong, i suoi tanti tifosi non ne scordano mai una. Ma quella di oggi, per Mazzinghi, per la sua famiglia, per le schiere di appassionati che hanno seguito i suoi incontri, palpitando di passione, soffrendo, gioendo per le sue imprese sul ring, ha un valore unico. 7 settembre 2013: esattamente cinquant'anni fa, al “Vigorelli” di Milano, il “Ciclone di Pontedera” diventava per la prima volta campione del mondo. Dalle esperte mani dell'americano Ralph Dupas, finito ko dopo nove dure riprese, il titolo dei Medi Junior passava a quelle di un ragazzo toscano di 25 anni, da poco professionista. Il match giusto al momento giusto, la prima chance di diventare il numero uno. Mazzinghi, affamato di vittoria, non se la lascia scappare. Dupas, che pure pochi mesi prima ha demolito Denny Moyer, americano anche lui, altra stella di prima grandezza (riuscì a battere ai punti Sugar Ray Robinson), è costretto ad abdicare, crollando al tappeto come un monumento il cui piedistallo si sgretoli di colpo.

7 settembre 1963: mezzo secolo fa, iniziava il grande amore tra il pubblico e quest'atleta schietto, generoso, genuino come l'Italia di una volta. Oggi, alle 17, Sandro è in Comune, a Pontedera, dove si organizza una cerimonia in suo onore. Ci saranno il sindaco Simone Millozzi, l'assessore allo Sport Matteo Franconi, il presidente della Federazione Pugilistica Italiana Alberto Brasca. Che ha dichiarato: «Sandro Mazzinghi è probabilmente il “guerriero” più spettacolare di tutta la storia del pugilato italiano. Partecipare alla sua festa nella sua città ed avere l'opportunità di abbracciarlo è per me un piacere e un grandissimo onore». E, da giorni, interviste, trasmissioni televisive, ampi reportage di riviste specializzate. Il racconto di un'epopea irripetibile.

Una festa. La sua festa. Ma è lui a farci un regalo. Ci invita a casa sua, a Cascine di Buti, per guardare insieme il filmato in bianco e nero di quei nove round che avrebbero cambiato per sempre il corso del nostro sport. E della sua vita. «Ecco, stiamo per iniziare. Poco prima, negli spogliatoi, mio fratello Guido mi dava gli ultimi consigli. Era successo tutto in fretta: fino al '61 ero ancora nei dilettanti, come professionista avevo disputato 17, 18 combattimenti. Dupas invece ne aveva alle spalle 140. Ma non era il caso di pensarci. Strinsi i pugni, mi guardai le fasce alle mani. Erano perfette. Me le sentivo come due bombe pronte a esplodere. Ad un certo punto si affaccia il mio manager, Adriano Sconcerti. Mi fa: “Sandro, tocca a te, andiamo”. L'emozione di allora la sento ancora oggi. Una volta salito sul ring, trovai il mio avversario ad aspettarmi. Il suo sguardo mi fissava». In questo momento, anche lo sguardo di Sandro è fisso su Dupas. Prima ripresa. Il campione inizia a seguire la sua impresa da spettatore, si guarda combattere, segue le traiettorie di bordate tremende, precise, veloci come lampi di luce. Non distoglie gli occhi dal televisore neanche per un attimo, come se la corona dei Medi Junior cingesse ancora i fianchi del rivale di allora, come se quei fotogrammi di repertorio fossero trasmessi in diretta e ci fosse ancora da schivare, da stringere i denti, da cercare la misura dei colpi. È seduto, ma come pronto a scattare. Le braccia appoggiate sulle gambe, gli occhi come due fessure, concentrato, le mani strette a pugno: un pugile che dal suo angolo aspetta il clangore acuto della campana. Nella villa dove la famiglia Mazzinghi vive da molti anni, un'abitazione immersa nel verde della campagna butese, circondata da vigneti a cui Sandro dedica cure certosine (ottenendone un eccellente vino), c'è una sala-museo affollata di coppe, manifesti, fotografie, medaglie. La rappresentazione tangibile dei traguardi del boxeur che gli esperti americani hanno definito “il miglior superwelter di ogni tempo”. Ci sono anche i guantoni della serata del Vigorelli, gli stessi che in questo stesso istante, sullo schermo della tv, dove appaiono come guizzanti puntini grigi, saettano sul volto di Dupas. Nato a New Orleans nel '35, Ralph Dupas aveva 28 anni quando mise in palio il suo titolo contro il pugile pontederese. Aveva il pugno pesante, e conosceva i trucchi del mestiere. «Le prime riprese sono state massacranti, gli scambi erano violentissimi». Secondo, terzo, quarto round: «Ricordo ogni nostra azione, potrei raccontare ogni movimento di quella sera anche a occhi chiusi. Ora lui finta il sinistro, ha il tronco del corpo sempre in movimento, io indietreggio, finto di sinistro e parto dal basso con il destro. L'arbitro ci divide... Riparte l'azione. Lui è sempre più determinato, io cerco di studiarlo per trovare lo spiraglio e andare a segno. Ad ogni colpo il pubblico si esalta, si alza in piedi, il frastuono delle voci sembra far crollare il pavimento. Tutti e due sempre all'attacco, con azioni asfissianti. Non so nemmeno io come ho potuto placare quella furia. Mi salvò la grande preparazione: negli allenamenti ero meticoloso, avevo una resistenza e un fiato che sarebbe bastato per 30 round. Che momenti. Che boxe che era quella... Il settimo round fu difficile: Dupas coi lacci dei guantoni mi spacca il sopracciglio, il sangue cola e quasi non riesco più a vedere. Ecco, ora ci avviciniamo al momento clou». Inizia la nona ripresa. «C'è questa mia azione in avanti... faccia attenzione ora: finto il sinistro e parto con il destro», con le braccia accenna la posizione di guardia, «ecco! Lui non può farci nulla, va giù. L'arbitro conta, uno, due, tre, poi cinque, sei, sette... Io, dall'angolo, conto assieme a lui». Dupas si rialza, ma ha le gambe molli, si regge in piedi a fatica, è chiaro che non può continuare.

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