Sicurezza
Lorbac, martedì l’incontro con l’azienda
Il calzaturificio ha annunciato la chiusura e lascia a casa 63 dipendenti. Nel settore affiora la crisi, ma non per tutti
CASTELFRANCO DI SOTTO. È fissato per martedì l’incontro fra le organizzazioni sindacali e il legale incaricato di rappresentare i proprietari del calzaturificio Lorbac.
Un faccia a faccia che servirà a chiarire le intenzioni della proprietà, e valutare l’eventuale esistenza di soluzioni alternative alla chiusura, dopo che l’azienda ha annunciato l’intenzione di cessare l’attività e di intraprendere la strada verso il concordato.
Una notizia che ha gettato nella disperazione i 63 dipendenti, fra interni e lavoranti a domicilio.
«Faremo di tutto per essere vicini ai lavoratori», ha detto il vicesindaco Gabriele Toti, che ieri aveva inviato una lettera alla famiglia Bachini, titolare del calzaturificio. Un’azienda carica di storia e di orgoglio per Castelfranco, che l’assessore provinciale Graziano Turini definisce «un patrimonio di competenze».
«Perché lavorare al Lorbac – dice - significa avere le mani d’oro: qui dentro ci sono capacità difficili da ricreare. È incredibile che un’azienda così importante non sopravviva al proprio fondatore. È forse la dimostrazione di una classe imprenditoriale non all’altezza della situazione».
Calzatura in affanno. Le difficoltà del calzaturiero, in realtà, sono note da tempo, con un mercato globale che non lascia spazio ad una concorrenza alla pari e un mercato interno in continua recessione.
Ma l’annuncio di chiusura da parte del Lorbac ha riacceso gli interrogativi su una crisi di cui l’azienda castelfranchese, a quanto pare, non è che la punta di un iceberg più grande del previsto.
Imprese in affanno, indebolite dalla crisi, che rischiano di ritrovarsi decotte anche dopo un’eventuale ripresa, con i relativi effetti per il vastissimo indotto di microimprese artigiane.
«Quello del Lorbac, per adesso, è l’unico caso evidente di una difficoltà che in realtà è diffusa nel calzaturiero», afferma il segretario della Cgil del Cuoio Domenico Contino, che analizza più in generale la situazione del distretto al rientro dalle ferie.
«È una difficoltà che cresce anziché attenuarsi – spiega - in linea del resto con la tendenza nazionale, per un settore rappresentato in maggioranza da terzisti, con una buona quota di produzione legata al mercato interno in affanno, ed una quota di export che invece sta scontando alcuni cambiamenti strutturali. Basti pensare alla tendenza di paesi come la Cina, che hanno iniziato a sponsorizzare prodotti di qualità creati in patria, mentre altri mercati come la Russia e il Brasile stanno avendo un rallentamento».
Conciario a più velocità. Più variegato il quadro per il settore trainante del comprensorio, con un conciario che riparte dopo l’estate a velocità molto diverse fra loro. «Si registra una sofferenza ancora marcata per quelle aziende con non lavorano per le griffe – spiega ancora Contino - Ce ne sono altre, invece, che in questa fase limitano la propria attività alla campionatura in vista delle fiere, mentre le imprese che da tempo lavorano per le grandi case di moda sono ripartite subito con una produzione vera e propria».
«Tuttavia – aggiunge il sindacalista Loris Mainardi – la vera paura è che nonostante la ripresa del conciario come settore trainante, tante aziende siano ridotte in condizioni tali da non essere in grado di agganciare un’eventuale ripresa. La sensazione è che la crisi stia impoverendo la capacità economica delle aziende, che pur avendo macchinari e personale all’altezza, rischiano di non avere più la forza per stare sul mercato. E questo vale a maggior ragione per il calzaturiero».
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