Il Tirreno

Pontedera

Tutto il Valdarno al tempo che fu

di Giacomo Pelfer

Nasce l’archivio storico della Cgil. Appello del segretario Andreozzi: «Fateci avere foto e video significativi»

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MONTOPOLI VALDARNO. Immagini da un altro mondo. Scatti in bianco e nero che raccontano di un comprensorio diverso e per tanti aspetti lontanissimo. Un territorio che si volta all’indietro e si riscopre attivo e impegnato, più giovane e più solidale, ma soprattutto profondamente ottimista del proprio futuro. Un sentimento comune di fiducia verso il miglioramento di se stessi e delle prossime generazioni. La stessa fiducia che accomuna la platea di centinaia di braccia alzate, tese e bene in vista, nella foto scattata al cinema Lami di Santa Croce il 14 aprile del 1979. Voto unanime dei lavoratori al rinnovo dell’accordo di zona del settore conciario, che era riuscito a strappare un aumento di 15mila lire al mese e un primo, inedito impegno degli imprenditori verso il risanamento ambientale. Una foto che è già storia, scattata nel momento topico del voto in un cinema Lami gremito di idee e saturo di fumo, in una sorta di vero agorà politico d’altri tempi.

È solo una, in realtà, delle migliaia di fotografie raccolte e catalogate dalla Cgil del Valdarno: in tutto 2.205 scatti, dal 1946 al 2002, messi insieme con passione da Gennaro Andreozzi, segretario dello Spi Cgil di Montopoli e custode della memoria storica del movimento operaio di zona, che negli anni è riuscito a individuare le date, i luoghi di quelle immagini, spesso anche i nomi di alcuni di quei volti. Il risultato è un viaggio fra i cortei, gli scioperi e le manifestazioni del Valdarno. Alcune di quelle immagini, recentemente, sono state utilizzate per la realizzazione di un video, già presentato in municipio a Santa Croce, con l’obiettivo adesso di allargare l’archivio al contributo di privati, associazioni e a chiunque sia in possesso di immagini o video da conservare e trasmettere. Non si tratta di “un’operazione nostalgia” per la Cgil del Cuoio, «ma un modo per guardare al futuro consapevoli del nostro passato», spiega Andreozzi. Un passato che sembra davvero lontano, nei modi e nelle aspirazioni. A cominciare dalle prime manifestazioni per la pace, portate in piazza fra le macerie della guerra: una pace intesa come precondizione fondamentale per il lavoro e lo sviluppo, come si legge nello slogan affisso su un carrarmato di cartone portato in giro per Fucecchio il Primo Maggio del 1946.

Uno spaccato di vita e di costume, anche nell’abbigliamento, perché alle manifestazioni si andava solo con l’abito “buono”, convinti dell’importanza “storica” del momento. Per non parlare dei cortei del Primo Maggio quando giacca, cravatta e garofano rosso erano “di rigore”, come dimostrano le foto del 1968 a San Miniato. Immagini di un Valdarno che per tanto tempo rimane ancora legato all’agricoltura. Fa un certo effetto la foto di piazza Matteotti a Santa Croce invasa da una sfilata di buoi, nel cuore di quella che sarebbe diventata la capitale delle pelli. «Fu una manifestazione di zona contro la mezzadria – ricorda Andreozzi – per chiedere la ripartizione della produzione. All’epoca c’erano ancora migliaia di famiglie di mezzadri. E furono molte di queste, anni dopo, a vendere i terreni per dare vita alle prime aziende».

Un boom economico che si accompagna alle manifestazioni per le riforme sociali: dalla scuola alla sanità, fino alla richiesta di trasporti gratuiti per operai, studenti e pensionati, come si legge in un cartello portato per le vie di Ponte a Egola nel 1969. In corteo tanti giovani e tantissime donne, molte delle quali venivano impiegate in quegli anni nei lavori a domicilio per calzatura e pelletteria. E poi ci sono le manifestazioni di solidarietà, come quella unitaria organizzata a Santa Croce, nel 1975, contro il franchismo, con gli studenti di San Miniato in prima fila e una giovane Raffaella Grana in corteo. «Sono immagini di un altro mondo – spiega lo storico Pasquale Cuomo, ricercatore dell’Università di Pisa –. Una società più povera ma pervasa da un forte ottimismo, cioè dalla convinzione che lottando sarebbe stato possibile migliorare le proprie condizioni. Ed è un’idea che si è persa completamente. Come si è persa, del resto, ogni forma di solidarismo internazionale. Gli archivi come quello della Cgil servono proprio a questo: a conservare la coscienza storica di certe idee». «Stiamo provando a rendere disponibile una parte del materiale su internet – conclude Andreozzi –. Intanto rivolgiamo un appello a chiunque avesse foto o video per incrementare il nostro archivio».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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