Il Tirreno

Pontedera

Ti racconto Fattori attraverso i suoi taccuini

di Dario Serpan
Ti racconto Fattori attraverso i suoi taccuini

Crespina, nella casa museo di Carlo Pepi si sfogliano i grandi del periodo macchiaiolo e post

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CRESPINA. Da dove nasce un’opera d’arte? Dove si celano i segni incisi dalle firme che poi entrano nei musei? «Gli appunti, i disegni, gli schizzi sono un passaggio obbligatorio dell’opera compiuta, e quindi hanno una loro autonomia in quanto fissano la prima concezione, e sono già arte». Lo dice Carlo Pepi, collezionista e critico d’arte di fama sovranazionale, dalla sua casa di Crespina in via Gioielli. Crespina affusolata, cemento ai piedi di un corpo non metropolitano, dove i capelli non si increspano per lo smog; sono riccioli naturali, onde al vento di alberi e sentieri. Settantasei anni e una vita spesa al sostegno dell’arte, che, per lui ex professionista in campo finanziario, «è forza trainante dell’economia». «Ho messo insieme circa 20mila opere cominciando ad acquistare quadri nel 1959, a cifre intorno alle 3mila lire, e poi a salire, investendo nell’arte i frutti del mio lavoro che ho svolto per 40 anni».

Girando con lui per il Comune si scopre una memoria storica che si è sbattuta per intitolare strade ai pittori di un tempo, incontrando consensi e dissapori; come la storia di via S. Lega, alla memoria di Silvestro Lega, «siccome non c’erano i soldi per scrivere il suo nome per intero – racconta Pepi -, è finita che per la gente quella è divenuta via San Lega. Pensare che lui era ateo». Dentro la casa dove abita, ogni dì arriva posta di gente che gli chiede di autentificare quadri in cambio di cifre allettanti, «ma io – ribatte - non ho mai voluto guadagnare con l’arte». Neanche svuotando gli innumerevoli cassetti della casa, dove si nascondono i segni di ciò che lui ritiene «ben più importante dei quadri famosi»: sono i taccuini, pagine pregne di bozze, disegni e tentativi anteriori a ciò che starà dentro una tela. Quanti ce ne sono? Due di De Nittis, sette di Giovanni Fattori, due di Francesco Gioli, ben undici di Guglielmo Micheli, nove di Lorenzo Viani, e tanti altri. Cosa ci fanno a casa sua? «Nessuno se ne occupava, nessuno li voleva – commenta Pepi -, invece io ho sempre preso sul serio l’arte italiana. Ho anche tanti altri cimeli di artisti del periodo macchiaiolo e post: una scatola di sigari, la carta d’identità di Viani, il suo ultimo vaglia alla famiglia prima di morire, e pure una lettera di Gabriele D’Annunzio che ringrazia Viani per una sua litografia». «Ne ho in quantità industriali di queste cose», dice la voce di un uomo che è giovane dentro a dispetto dell’anagrafe, oltre i siparietti e i soprannomi affibbiati, come “don Chisciotte dell’arte”. Capire Pepi vuol dire rassegnarsi all’esigenza di un uomo che va oltre il prodotto da esporre, scava nella vita di uomini e del loro tempo, che rivive alla grande dentro i taccuini, segni di una cultura tralasciata. «Ma il disegno – conclude - assomiglia all’artista che lo ha eseguito, è il suo respiro».

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