La manifestazione
Una doppia Antigone nel Dramma popolare
La Festa del teatro di San Miniato fino al 24 luglio in scena in piazza del Duomo Il regista Guicciardini: «È la prima volta in Italia del testo della Zambrano»
SAN MINIATO. A calcare il palcoscenico è la reinterpretazione di uno dei miti più celebri dell’antichità, l’ardita disobbedienza alla parola scritta di Sofocle, irrinunciabile pilastro del teatro classico. Antigone, figlia della colpa, vergine condannata dal potere del destino prima ancora che da quello degli uomini, non è affatto morta. Maria Zambrano, filosofa e scrittrice spagnola, autrice contemporanea poco conosciuta in Italia, nel suo “La tomba di Antigone” dona alla sorella di Eteocle e Polinice un insperato, spiazzante alito di lavica vitalità, la evoca tra le mura di un imprecisabile limbo, non più galera e non ancora cielo, le restituisce carne, voce, pensieri, le regala la possibilità di provare a dare un nuovo senso, una nuova luce, a tutto quel dolore. E lo stesso dono lo fa agli altri protagonisti del dramma, compreso Polinice, il nemico della patria, compreso Creonte, lo sciagurato re. Perché, dice la Zambrano: «È una delle funzioni dell’arte, quella di redimere mostri». Il regista e drammaturgo Roberto Guicciardini, dal testo della scrittrice andalusa (nella traduzione di Carlo Ferrucci), ricava “L’ombra di Antigone”, spettacolo che conclude la 60ª edizione della Festa del Teatro di San Miniato (la più importante rassegna italiana di “teatro dello spirito”, realizzata dalla Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato grazie all'indispensabile contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato) e che fino al 24 luglio è in scena in piazza Duomo, alle 21.30.
«Questo è l'unico testo che la Zambrano ha scritto per il teatro, ed è la prima volta che viene rappresentato nel nostro Paese» dice alla conferenza stampa di venerdì Roberto Guicciardini. Alla prima nazionale de “L’ombra di Antigone” mancano poche ore. Accanto al regista, don Piero Ciardella, direttore artistico della Fondazione Istituto Dramma Popolare, Antonio Guicciardini Salini, presidente della Fondazione Cassa di risparmio di San Miniato, la cui sede, Palazzo Grifoni, ospita l’incontro. «Si tratta di un testo difficile, arduo, richiede agli interpreti un grande sforzo. Metterlo in scena è una sfida, e sono contento che il Dramma Popolare l’abbia accettata», dice il regista. Sottolinea che è anche «un gemellaggio artistico tra la città di San Miniato e quella di Palermo, il cui Teatro Savio ha curato l’intera produzione». E nelle note che accompagnano il libretto di sala (che ha il merito di pubblicare integralmente il testo di “La tomba di Antigone”, difficilmente reperibile in italiano) scrive di aver conosciuto “l’opera di Maria Zambrano solo alcuni anni fa”.
“Stavo preparando una narrazione su Antigone, in una versione scenica per attori e danzatori. Nel testo recitato avevo inserito alcuni brani tratti da “La tomba di Antigone”. Questi brevi brani “foravano” il tessuto narrativo, per spingersi oltre, alludendo a qualcosa che si trovava, appunto, oltre. La figura di Antigone, ribelle ed eroica, sprezzante e dolente, figlia sorella, nei sui aspetti diversi, si staglia su un panorama baluginante, che conferisce alla sua vicenda un andamento spezzato e atemporale. La Zambrano ne segue le tracce, ne decifra il mito, non esista a estendere il significato del suo agire anche nel nostro presente”.
Eccola, dunque, la “disobbedienza” della scrittrice-filosofa nei confronti di Sofocle: l’Antigone originaria viene riletta e reinterpretata in funzione di un’ottica cristiana che a lei e al suo autore negò la storia. Maria Zambrano immagina cosa sarebbe potuto succedere se Sofocle avesse potuto scrivere di Antigone dopo l’avvento di Cristo, e ce ne offre una rappresentazione. Ricorrendo a dinamiche che ricordano l’implacabile meccanicismo brechtiano e servono a dare spessore allo scavo psicologico dei personaggi, la regia di Guicciardini, con un intrigante sdoppiamento di prospettiva, fa coesistere sul palcoscenico l’eroina sofoclea e il suo inedito doppio (interpretate rispettivamente dalle bravissime Leda Negroni e Alice Spisa). Entrambe invocano una salvezza ancora possibile, una redenzione da costruire tutti insieme, innocenti e colpevoli.
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