Attenzione
«Per quelle minacce forse lascio il sindacato»
Parla Benedetti, tra gli operai nel mirino dei volantini trovati in Casa della Vespa Un appello ai colleghi, alla politica e alle istituzioni locali per rasserenare il clima
PONTEDERA. Massiccio. Pacato. Sembra una quercia l’operaio Benedetto Benedetti. Piantato a terra, così solido e imponente. Serve la telefonata del figlio per scuoterlo: “Babbo, ma che cosa è questa storia delle minacce?”. Ed è vento. Così forte da alimentare i pensieri che in trentacinque anni di attività sindacale mai lo avevano sfiorato. «Quella voce ancora mi risuona in testa, non voglio far stare in ansia i miei familiari – dice –. Sto pensando di fare un passo indietro. Insomma, di lasciare il sindacato».
Sul secondo volantino minatorio rinvenuto in Piaggio è il volto di Benedetto, che i più conoscono per Giovanni, a essere incorniciato dai segni di una matita rossa, sovrastato da una svastica. Così, visto che c’è chi ha voluto sfregiare la sua immagine ha preso coraggio e si è deciso a metterci la faccia per lanciare un appello, un invito a ritrovare quel clima di unità «che prima del 1995 ci faceva essere sindacato nell’interesse dei lavoratori, nonostante le diverse appartenenze politiche». E aggiunge: «Quelle minacce sono prima di tutto una sconfitta per i lavoratori, perché alimentano un clima di tensioni e scontro che serve a tutto fuorché a fare sindacato. Così non ci occupiamo di quel che fa l’azienda che continua a portare via le lavorazioni da Pontedera. L’ultimo caso è quello del Liberty ma ci sono segnali in questo senso anche per alcuni modelli Vespa».
Il volantino lo hanno trovato a una cinquantina di metri dal suo posto di lavoro. «Sono alle Meccaniche, al montaggio motori – dice il sindacalista –. Il foglio è stato lasciato all’esterno, all’altezza di una panchina, sopra un estintore». Da quel giorno c’è chi prova a stemperare il clima. «Le battute non mancano. C’è chi fa il gesto del prendere la mira».
Benedetti dal 1992 siede nel parlamentino sindacale di Casa della Vespa, dal 1977 ha la tessera della Uilm. «I toni accesi ci sono stati anche in passato – spiega –. Non è questo il problema. È che se un figlio ti chiama e si dice preoccupato allora i pensieri iniziano a girati in testa. Magari si tratta di gesti sopra le righe, ma perché dall’azienda e dalla politica non si levano voci di condanna? Perché non fanno qualcosa? Come mai tutto questo silenzio?».
La paura, la tentazione di tirare i remi in barca, ma anche l’orgoglio di esserci con le proprie idee. «Ho iniziato a fare sindacato che in fabbrica eravamo in 13mila, adesso siamo tremila – conclude –. Chi se la prende con i colleghi solo perché hanno idee diverse oltre a sbagliare nel metodo finisce anche per fare un favore alla proprietà, che con queste nostre divisioni ci va a nozze».
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