Italia
Dalla lirica al pop, il mix è quello giusto
Consensi a valanga per lo spettacolo. Albertazzi: «Per dirla con Borges ci troviamo dove convergono le energie del mondo»
LAJATICO. La prima parte interamente dedicata alla lirica, al magistrale universo verdiano. La seconda a completo appannaggio del pop, dei grandi evergreen internazionali, dei successi dei cantautori italiani del Teatro del Silenzio 2013, Pino Daniele e Riccardo Cocciante, spesso cantati in duetto con il padrone di casa. Ad armonizzare il tutto, la voce di Andrea Bocelli, strumento che tra i suoi tanti doni annovera quello di indossare con la più naturale scioltezza generi diversi, lontani. Ma è Giorgio Albertazzi ad aprire la serata di sabato, e al pubblico che affolla la collina (tra cui siede una raggiante Sharon Stone) parla di Borges, di Leopardi, regalando una bella definizione di questo happening-concerto-recital che una volta l'anno accende anche di notte i colori della campagna di Lajatico: “Da tempo immemorabile, artisti, poeti, musicisti, filosofi, cercano quel luogo che Borges definì come “il punto in cui convergono le energie del mondo. Noi, stasera, è esattamente lì che ci troviamo”. Poi recita l'“Infinito”, e completa la descrizione: “Ecco, credo che per Andrea, questo luogo sia come la siepe di Giacomo Leopardi”. E subito, a ruota, legge “Borgo natìo”, poesia dello stesso Bocelli. Un omaggio che Andrea, più tardi, ringraziando «il maestro Albertazzi», definirà come una sorpresa «da tuffo al cuore». L'orchestra e il coro del “Carlo Felice” di Genova, diretti dal maestro Marcello Rota, si lanciano tra le battute di “Aida”, mentre alle estremità del palco, sui due torrioni di tralicci e tubi che arginano la scena, ondeggiano figure in maschera (gli allievi del Laboratorio di Forme teatrali di Pomarance).
Entra Bocelli, giacca bianca, un ampio foulard colorato attorno al collo, e subito diventa un infuocato Radamès. Sono con lui Paoletta Marrocu (Aida), soprano, e Alessandro Luongo, giovane, talentuoso baritono pisano (un vibrante, potente Amonasro). Impreziosiscono il tutto i balletti di Francesca Malacarne e Emanuele Pironti, esecutori sempre ispirati, in singolo come nei passi a due. Arriva Lindsay Kemp, mito vivente della danza, continuatore del sogno in movimento di Marcel Marceau, di cui fu allievo. Ha un incedere lentissimo, tutta la forza è nello sguardo, nell'espressione equivoca, tra dolce e spietata, del sorriso. Indossa un candido abito da sposa per dar voce alle dolorose, inebrianti passioni della cortigiana Violetta, mentre l'orchestra esegue le note di “Amami, Alfredo”. Ogni suo gesto ha la carica mistica che fu delle dive del muto. Ogni suo ingresso in scena è un'enigmatica rivelazione.
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