Sicurezza
Nina e le altre, le voci della Georgia animano il coro
Sono le badanti che vivono in Valdera e che nello spettacolo alla ex Crastan, dal 7 al 9 giugno, canteranno la loro terra
PONTEDERA. Nina, Mtvarisa, Rusudan, Lela, Lali. Partite dalla Georgia, anni fa, e arrivate qui, da noi. A volte direttamente, a volte dopo lunghi giri per l'Europa. Oggi vivono in Valdera, fanno le badanti. Nel suo paese, Nina era un'insegnante di musica. Teneva lezioni di piano, di canto, di teoria e solfeggio. Ha lunghi capelli scuri e una voce stupenda. «Da tanto tempo non mi sedevo davanti a una tastiera. Sono un po' arrugginita, scusatemi...». Sorride, poi si volta e inizia a suonare un preludio di Bach. Le altre fanno cerchio intorno al pianoforte. Oggi è giovedì: il giorno libero delle badanti. Da diverse settimane, le loro ore di riposo le dedicano al progetto “La Stazione”. Si ritrovano al Teatro Era con la regista Anna Stigsgaard e le sue collaboratrici per le prove. Nello spettacolo che debutterà il 7 giugno all'ex fabbrica Crastan (con replica l'8 e il 9, sempre alle 21.30), hanno un ruolo speciale. Animano un personaggio collettivo: un coro. I loro brani raccontano di terre e usanze lontane, la loro vocalità è dolce e fiera allo stesso tempo. «Da noi, come anche qui in Italia, il canto è un importante compagno della nostra vita. Cantiamo per dare forza all'allegria, ai momenti di gioia, d'amore, ma anche per scacciare l'amarezza, il dolore... siamo, come voi, un popolo molto musicale», dice piano Rusudan, mentre Nina tiene gli occhi neri fissi sullo spartito. Dopo Bach, arrivano canti georgiani: “Shen Xar Venaxi”, una polifonia d'ispirazione sacra, difficilissima; e “Chonguro”, una melodia popolare che a Lali fa scendere una lacrima. Ma anche brani italiani: “Il cielo è una coperta ricamata”, “Cento catenelle d'oro”. Con fatica, ne hanno imparato i testi. È il loro omaggio al progetto, a uno spettacolo che porterà sul palco gli abitanti di un quartiere che col tempo è diventato, come i binari che lo costeggiano, crocevia di nazionalità, esperienze, vite. «Loro sono state le prime a tuffarsi nell'avventura, e l'hanno fatto con un entusiasmo che ha dato forza a tutte noi», dice Anna. «Alla stazione c'è questo posto speciale, il “Centro integrato servizi per donne straniere e famiglie”, che la cooperativa “Il Progetto”, su impulso dell'Unione Valdera, ha aperto in via Brigate Partigiane. È il punto di ritrovo delle badanti che lavorano nella nostra zona, il loro approdo. Quando ce ne hanno parlato, ci siamo precipitate. Abbiamo portato una fisarmonica, e cominciato a cantare per loro per vedere se ci seguivano. La risposta è stata fulminante: siamo state lì quattro ore, e hanno cantato sempre loro». Nina Zatiashvili, Mtvarisa Arabidze, Rusudan Deisadze, Lela Matshrashvisi e Lali Gambashidze sono pronte per eseguire il canto successivo. Al loro fianco, Alice Casarosa e Irene Rametta, attrici-musiciste già presenti in “Lisboa”, il precedente spettacolo di Anna Stigsgaard, quello che al progetto “La Stazione” ha lasciato in dote il desiderio di inventare un palcoscenico ovunque si trovi la gente. Alice e Irene, assieme ad altre interpreti del lavoro dedicato a Pessoa (Alice Maestroni, Silvia Tufano, Sara Morena Zanella) sono le collaboratrici artistiche di questa nuova avventura (www.progettolastazione.it), il tessuto connettivo che fa muovere il grande ingranaggio pensato e voluto dalla regista danese («Senza la sua precisione, senza la sua meticolosa puntualità, molto danesi anche loro, il progetto non sarebbe mai decollato. Siamo tutti felici di avercela fatta: per la città e il suo teatro è un grande salto di qualità», dice il presidente della Fondazione Pontedera Teatro Antonio Chelli»). Gli occhi si cercano per un nuovo attacco: «Il cielo è una coperta ricamata, la Luna con le stelle fanno la spia...». Nina, l'insegnante di musica, in Italia da due anni, non resiste alla tentazione di muovere la mano destra per dirigere le voci, per scandire gli accenti, il ritmo, come faceva una volta per i suoi studenti. Ha molti binari che si intrecciano, il progetto “La Stazione”. E una destinazione ambiziosa: mettere a punto, attraverso il teatro, la nuova partenza di un intero quartiere. La piattaforma comune su cui esporre il primo tassello di un'inedita memoria condivisa. «Ecco, questa è la trama dello spettacolo», Anna prende una borsa marrone e ne estrae un foglio ripiegato, lo squaderna sopra un tavolo. Sembra una veduta aerea degli scambi della stazione di Milano Centrale. Frecce che si snodano, si rincorrono, nomi italiani e stranieri che si connettono attraverso percorsi tracciati da matite colorate. È tutto qua dentro, in questo babelico balletto di appunti futuristi. «Gli abitanti del quartiere raccontano con la propria voce e il proprio corpo le storie del luogo in cui vivono, attraverso parole, musiche, balli, canti. Il racconto si snoda lungo i passi di una bambina che porta in giro un cieco. E c'è anche una storia d'amore». Il coro georgiano, intanto, si lancia in una nuova arrampicata di ardui contrappunti. Sono esecutrici bravissime, le cinque signore georgiane.
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