Il dolore
La difesa “smonta” le accuse di truffa e smaltimento illecito
Il processo contro i vertici della Waste Recycling aggiornato a fine giugno. Il pm chiede pesanti condanne
PONTEDERA. Le accuse sono pesanti e le richieste del pubblico ministero al processo contro i vertici della Wast Recycling non sono state da meno. Il pubblico ministero, dottoressa Silvia Saviozzi, ha chiesto la condanna a due anni di reclusione con tutta una serie di sanzioni accessorie per i cinque imputati. Il legale della Regione, che al processo si è costituita parte civile, ha presentato un conto milionario: un risarcimento danni di un milione e duecentomila euro prevedendo il pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva di 200mila euro e la rifusione delle spese per la costituzione di parte civile.
A giudizio, dopo la denuncia presentata da un ex dipendente della Waste licenziato dopo un procedimento disciplinare strettamente legato al processo , ci sono il presidente Maurizio Giani, gli amministratori Antonio Lapolla, Maik Lapolla e Vittorio Lapolla e il direttore tecnico Giuseppe Settanni. In concorso tra loro, al fine di conseguire un ingiusto profitto sia attraverso il risparmio dei costi di gestione sia attraverso la gestione di categorie di rifiuti non autorizzate, con più operazioni svolte sistematicamente nell'arco di almeno un triennio, sono accusati di avere gestito abusivamente ingenti quantità di rifiuti, nonché, sempre in concorso tra loro di avere procurato mediante artifizi e raggiri alla Waste Recycling Spa un ingiusto profitto con conseguente danno per la Regione Toscana.
L’udienza di ieri doveva essere l’ultima dopo quella precedente in cui è emerso che le accuse erano partite da Saverio Lapolla il giorno successivo al suo licenziamento. Ma dopo le pesanti richieste di condanna i legali dei cinque imputati, gli avvocati Anna Francini e Andrea Niccolai per Giani; Michele Laforgia e Niccolai per Settanni; Fabio Celli e Sergio Martelli per i Lapolla (parenti dell’operaio licenziato) si sono spesi in lunghissimi interventi per smontare le accuse e dimostrare la scarsa attendibilità di alcuni testimoni, in particolare del principale accusatore. Dubbi sono emersi a più riprese, nelle parole dei difensori, anche sull’operato dei carabinieri del Noe che dal 2005 hanno svolto le indagini tralasciando verifiche necessarie a provare che la gestione della selezione dei rifiuti era svolta in maniera non regolare nei vari passaggi, come invece sostiene l’accusa.
Dal processo sono emerse situazioni singolari a cominciare dalla “gestione” della denuncia. Con i militari del Noe che andarono a casa dell’operaio licenziato in quanto lo stesso Giani gli aveva contestato più volte la gestione dell’impianto che serviva per separare i rifiuti da inviare in discarica. Operaio accusato, tra l’altro, di avere portato via dalla Waste alcuni materiali destinati alla discarica e anche una telecamera dell’impianto di videosorveglianza per portarla, come poi si è difeso, al sindacato. E controllare se oltre all’occhio elettronico conteneva un microfono per sentire le conversazioni dei dipendenti al lavoro.
L’inchiesta sulla Waste si intreccia, ma solo per evidenziare un singolare comportamento di due marescialli del Noe finiti sotto processo dopo un’indagine della Procura di Firenze, in quanto accusati di essere legati da “amicizia” all’imprenditore Domenico Del Carlo, legale rappresentante della Delca di Vicopisano che veniva così informato dei controlli che riguardavano le sue aziende.
L’incongruenza riguarda, come è stato detto da uno dei difensori, la data indicata in uno dei verbali di sopralluogo alla Waste. Quella sera in realtà tre militari del Noe impiegati nell’inchiesta della Waste erano a cena con un imprenditore a Forte dei Marmi e un altro era a giocare a calcetto.
Il giudice Paola Giovannelli, dopo un’udienza durata oltre cinque ore, ha rinviato il processo al 26 giugno per le repliche e la sentenza.
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