Sicurezza
Se il teatro adotta i suoi spettatori...
Si è concluso il percorso ideato da Roberto Bacci e Anna Stigsgaard per spiegare il lavoro sul palco
PONTEDERA. Perché il teatro sia armonia, rito, tutti devono fare la propria parte, pubblico compreso.
C'è spettatore e spettatore: quello dall'attenzione vagamente ondivaga, dall'occhio diversamente interessato a ciò che sta capitando lì intorno; e quello informato sui fatti, curioso, complice, vigile, pronto a rispedire al mittente quell'onda emozionale, quella scossa elettrica che ogni parola, ogni gesto inviato da sopra il palcoscenico portano invariabilmente con sé.
Inutile dire che qualsivoglia spettacolo è di quest'ultima tipologia di persone che ha bisogno. Da qui l'idea di Roberto Bacci e Anna Stigsgaard: “adottare” degli spettatori, accompagnarli lungo un percorso di educazione e formazione che spiegasse il teatro da dentro, in modo da capirlo e abbracciarlo meglio, anche, anzi soprattutto, durante quel fondamentale lasso di tempo in cui lo spettatore virtuoso se ne sta seduto sulla sua poltroncina. Al “viaggio”, che è durato da gennaio a aprile 2013 e si è svolto al Teatro Era, hanno partecipato in 25. Un pubblico eterogeneo: avvocati, insegnanti, medici, impiegati, ristoratori. Un itinerario affascinante: rappresentazioni, incontri, prove aperte, lezioni collettive, dimostrazioni. Il teatro aperto a una famiglia allargata, felicemente curiosa. Che lo scorso martedì ha festeggiato la fine di questo percorso con una cena: il momento buono per metter sul tavolo, a disposizione del gruppo, suggestioni, riflessioni, emozioni. Le parole di Chiara Celli, spettatrice adottata da Roberto, Anna e Micle (preziosa collaboratrice del Teatro Era), sintetizzano tutto questo in modo efficace: «Il buio: così comincia e così finisce uno spettacolo. Lo spettatore attraversa il rito di preparazione che passa dal desiderio di andare a vedere quello spettacolo, all'acquisto del biglietto fino all'arrivo in teatro, dove trova il suo posto: si toglie il cappotto, trova la posizione ideale, si guarda intorno e si rilassa, è arrivato puntuale, lo spettacolo sta per cominciare, buio. Fino a quando ero bambina il teatro era il Teatro Verdi, a Pisa, ed era associato al velluto dei suoi sedili, dei suoi balconi, all'odore di quel velluto un po' polveroso mescolato al sapone che ho sempre associato al pesco che proviene, ancora oggi identico, dai bagni. Poi cominciai a scoprire che non esiste solo il teatro dell'opera ma che teatro è in una chiesa, per strada, in un giardino, in un palazzo dei congressi... Ovunque sia il teatro c'è una soglia che non è solo fisica, è una soglia che crea una bolla indistruttibile: chi di noi, durante uno spettacolo, non ha mai pensato di alzarsi e cominciare a urlare qualcosa, parlare ad alta voce, rispondere al telefono, salire sul palco... E poi è stato fermato da un divieto che non è solo paura di fare una figuraccia e di essere cacciati, e' una sensazione che ci avvicina a comprendere la sacralità dello spettacolo, una sospensione del mondo per come lo viviamo normalmente, in ogni momento. Per questo motivo il buio in teatro mi attrae, è la soglia tra il qui e l'aldilà ed è dove lo spettatore prende forma, diviene tale». «Il progetto dei 50 spettatori», continua Chiara, «mi ha permesso di rimanere su quella soglia, alla luce per una volta, alla fine di ogni spettacolo. Non sono riuscita quasi mai a intervenire forse perché oltrepassarla, la soglia, mi sembrava un sacrilegio, come potevo interferire? In fin dei conti le parole possono interagire, questo era lo scopo voi direte, ma aspetterò di diventare spettattore. Grazie Anna, Roberto e Micle, grazie per averci adottato, per un po'»(a.l.).
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