Il Tirreno

Pontedera

I fantasmi sono reali e non vogliono star fuori

di Andreas Quirici
I fantasmi sono reali e non vogliono star fuori

Davanti alla palazzina della direzione la manifestazione di protesta dei contrattisti che quest’anno non saranno chiamati al lavoro dall’azienda

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PONTEDERA. Fabrizio Beni, quarantasettenne di Empoli, ha una figlia di 23 anni e un nipote. È un nonno che vive con suo padre e che ieri mattina era davanti alla Piaggio, a pochi passi dall’ingresso per i dirigenti. «Per fortuna che c’è il mio babbo, sennò non saprei come fare». Lavora da sette anni in questa fabbrica con contratti a termine di sei mesi al massimo. Ma negli ultimi due anni ne ha lavorati solo quattro. Beni fa parte degli “invisibili”, i lavoratori con contratti a tempo determinato. Un bacino di circa 300 persone che quest’anno non saranno chiamate per il periodo estivo. Ieri, “gli invisibili” hanno provato per una mattina a diventare qualcosa di definito agli occhi della Piaggio, ma anche un po' di fronte a chi dovrebbe rappresentarli. «Il sindacato non ci tutela e non sappiamo cosa fare per farci sentire», diceva la maggior parte dei circa cinquanta lavoratori radunati davanti alla palazzina.

La galleria della precarietà. I contrattisti hanno storie tipiche dei tempi: ex giovani, diventati ultra-quantenni senza un lavoro continuativo che possa garantire loro la stabilità della maggior parte dei loro coetanei che hanno una famiglia, una casa e programmi per la vecchiaia. Per loro niente sciopero, visto che non hanno un lavoro e che non ce l'avranno per niente quest'anno, ma “solo” un presidio con un fumogeno rosso acceso poco dopo lo srotolamento di uno striscione: “Il lavoro è un diritto, la precarietà è una galera”. Un’oretta di slogan e alla fine l’ok di un gruppo di dirigenti Piaggio a ricevere una delegazione di tre precari, ai quali è stato spiegato che per il 2013 non ci saranno chiamate per “contrattisti”. Ma che nel 2014, se le condizioni cambieranno, saranno i primi a essere chiamati. I circa 50 presenti ieri mattina davanti allo stabilimento fanno parte del gruppo di circa 300 lavoratori inseriti nel cosiddetto bacino dei contratti a termine. «Lavoro da sette anni in queste condizioni – racconta Luigi Michetti, 55 anni di Livorno, precario da un decennio, dopo aver chiuso un’attività commerciale – e ho fatto di tutto girando l’Italia. Il problema è che non siamo rappresentati da nessuno, perché siamo invisibili. Ci resta solo la speranza di far sentire la nostra voce dall’esterno della fabbrica». Michetti non è sposato e non ha figli: «Abito con i miei genitori e per me è una fortuna non avere una famiglia in queste condizioni».

«Ma che colpa abbiamo noi?». Demoralizzati e impotenti davanti al no di Piaggio, i precari della Vespa si sentono soli e abbandonati davanti al mondo che impazza e che li spinge nel tritacarne. Sotto accusa la Piaggio, ma anche i sindacati «che hanno scritto articoli sui giornali contro di noi – dice Michetti –. Ma noi che c’entriamo?». In realtà qualche sindacalista al presidio c’è: sono alcuni rappresentanti della Rsu Fiom-Cgil che li invitano a partecipare alle prossime manifestazioni, «perché a Pontedera è in corso una lotta per ottenere qualcosa di concreto che riguarda anche i precari», dice ad un megafono Massimo Cappellini, rappresentante unitario di base in quota Fiom.

Si avvicinano il confronto per l’integrativo e gli scioperi dell’ala dura del sindacato. Ma intanto persone come Michela Ferretti, 50 anni di Ponsacco («Sette anni di precariato – dice – tante speranze e ora ci ritroviamo in queste condizioni, senza sapere niente del nostro futuro. Non è giusto») non sanno dove sbattere la testa. Oppure ci sono persone come Gioia Calvani, 37 anni di Vicopisano, con una storia paradossale. «Ho partorito la mia bambina un anno e un mese fa – racconta –. Mi trovavo sotto contratto in Piaggio e da luglio 2011 sono entrata in maternità, condizione che mi è durata fino a giugno 2012. Una settimana prima di partorire mi hanno chiamata per sapere se ero disponibile a rientrare. Ho spiegato loro che sarei diventata mamma entro pochi giorni, ma proprio mentre ero in sala parto mi è arrivata di nuovo la chiamata dall’azienda. E mi sono ritrovata senza disoccupazione perché mi manca una settimana di lavoro. Vivo con mio marito, che fa il geometra di cantiere, paghiamo un mutuo, ma siamo sempre al limite del fido. Pensavo che con l’indennità di disoccupazione e la chiamata di nuovo al lavoro ce l’avremmo fatta. Ma così non è stato ed è davvero difficile andare avanti».

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