Il Tirreno

Pontedera

Blasco, il rocker delle scarpe da donna

di Andrea Lanini
Blasco, il rocker delle scarpe da donna

Le creazioni dello stilista Lastrucci famose in tutto il mondo

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CASTELFRANCO DI SOTTO. Si chiama Blasco e ama cantare e suonare strumenti rock (batteria, tastiere), ma con sé non ha alcuna combriccola e la sua vita è tutt'altro che spericolata. «Prevalentemente le mie giornate si svolgono tra gli utensili, i materiali - pelle, tessuto, metallo, pietre - le matite, i cartoncini tratteggiati a lapis, i libri, i cataloghi di questo laboratorio. E poi a casa, con la famiglia, e anche lì strimpello: ho un pianoforte. È il centro del mio mondo, la bottega. Non mi occupo di politica né di sport, anche se da giovanotto ho fatto judo. Musica e modelli, ecco le mie passioni».

A osservare la miriade di foto che ritraggono le creazioni di Blasco Lastrucci, viene da pensare che qui, al 12 di via Rosselli a Castelfranco di Sotto (suo paese natale, a cui ha pure dedicato una canzone), in questa industriosa fucina dello stile fatto scarpa, tra gli ampi scaffali che scandiscono le geometrie di questo raccolto, ma voluminoso, olimpo dell'eleganza tributata al piede femminile, il mondo è ben rappresentato. New York, le capitali del Sudamerica, Parigi, Helsinki, Budapest, l'atlante in lungo e in largo. Difficile trovare un angolo di pianeta in cui le sue calzature non abbiano fatto ben parlare di sé. «Sì, ho girato molto, ho dovuto imparare anche l'inglese. Da ragazzino, lasciai le scuole dopo aver ripetuto la prima media. Ai miei glielo dicevo: studiare non mi piace. La volta che portai a casa una versione di latino zeppa di segni rossi, capirono che non era cosa. Iniziai a lavorare in questo ramo. E, da quel momento, di studiare non ho smesso mai».

Lo dice mentre sfoglia album zeppi di suoi personali memorabilia. Eccolo nella Grande Mela (1980), nella capiente hall di un grattacielo che si indovina altissimo: decine di paia di sandali meticolosamente ordinati sulla moquette, una stupenda modella di colore fa il gesto di infilarne uno, mentre attenti esperti compitamente seduti su morbidi divani s'industriano con taccuini pieni di appunti. Eccolo spuntare in mezzo a folle in bianco e nero: sfilate, presentazioni, conferenze, incontri. Riflessi d'epoca targati anni Settanta, quando «la zona del cuoio faceva affari d'oro con gli americani e di lavoro c'era da buttarne via». E poi ritagli di riviste di moda, articoli di giornali italiani e stranieri, in cui si omaggiano le orme creative del designer “Blasco”, o dello stilista “Lastrucci”, o del “noto modellista pisano Blasco Lastrucci”, come scrive un settimanale del 1974 che profetizza il “successo presso il pubblico femminile di questo formidabile sandalo best- seller”.

Dalla seconda metà degli anni Sessanta, periodo in cui avviò la propria formazione presso l'Istituto tecnico d'arte calzaturiera di Milano, Lastrucci realizza scarpe, pelletteria e accessori per donna. «Ho sempre lavorato su idee mie. Seguo il vento della moda, da una vita mi esercito ad anticiparne le mosse, butto giù un bozzetto di scarpa e lo realizzo da cima a fondo».

Cita lunghe liste di nomi di ditte che, nei decenni, hanno fatto grande l'indotto della pelle. Con tutti ha collaborato, sfornando calzature dalle impensate soluzioni, dalle linee avveniristiche, destinate a ondeggiare sulle più spumeggianti creste del fashion. Ma è quella parola, oggi, a preoccuparlo: “indotto”. «Un termine che va perdendo di significato, di valore», spiega con tono tra pensieroso e disilluso. Ne spiega i motivi con pragmatica lucidità: «Siamo abbagliati dai grandi marchi, dalle griffe - strepitose, come no? - del nostro celeberrimo “made in Italy”, e al contempo ci dimentichiamo che a farli grandi sono stati i saperi che capaci artigiani si sono tramandati con la pratica, con l'apprendistato. In una parola, col “mestiere”. Oggi guardiamo le vetrine, e ci dimentichiamo cosa c'è dietro ai brand delle pubblicità in tivù. Ce ne facciamo abbacinare, e intanto ci dimentichiamo di tener vivo il serbatoio di talenti che ne alimenta il motore. Prenda questa zona: guai a perdere la tipicità delle sue lavorazioni, la tradizione dei suoi manufatti. Bisogna far di più per fare in modo che i giovani mettano a frutto questa ricchezza. C'è il rischio di perdere la nostra identità, e la colpa non è solo della crisi».

Anche per questo, Lastrucci ha iniziato a fare l'insegnante. Tiene corsi per aspiranti modellisti. L'ultimo, organizzato dall'Asev, Agenzia per lo Sviluppo dell'Empolese-Valdelsa, si è concluso da poco. Duecento ore di stage al fianco di Blasco, il rocker toscano della calzatura. «Dodici ragazzi, tra loro anche fior di professionisti, purtroppo precari. Gli si è aperto un orizzonte nuovo. “Quando avrete finito le lezioni, per voi sarà come aver fatto non una scuola, ma un'università della scarpa!”, ho detto il primo giorno. E infatti gli ho insegnato tutto quel che so, da come si impugna il forò - prende la pagina di un manuale autoprodotto, in cui c'è il disegno di una mano che tiene quello speciale trincetto in modo inappuntabile - a come scegliere i colori, da come utilizzare le materie prime a come si misura un piede». Sembrerà banale, dice, «ma provi un po' a chiedere a uno stilista di calzature come mai il 37 è un 37 e il 44 è un 44. Vedrà che nessuno parlerà dei “punti francesi”».

Il corso ha fatto meraviglie: alcuni partecipanti hanno già trovato lavoro presso ditte della zona. Preparatissimo ma anche spiritoso, divertente (come si addice a chi per decenni, a partire dall'epoca in cui i Beatles si esibivano dal vivo, ha suonato la batteria in fior di complessi, uno dei quali si chiamava addirittura “Cinque gatti in amore”), gli allievi lo adorano. L'Asev di Empoli, in base ai giudizi espressi dagli iscritti ai corsi, lo ha eletto “docente dell'anno”. E assieme al nuovo consiglio direttivo della Cna di Santa Croce, che si è appena insediato e di cui fa parte, cerca di «aprire nuove strade alla formazione. Il Valdarno e i suoi giovani ne hanno un bisogno urgente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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