Il dolore
Un sodalizio che dura da 27 anni
Con Andrea Bocelli il maestro Carlo Bernini si è esibito a New York davanti al presidente Usa
VICOPISANO. Sa di essere stato fortunato e lo ammette con candida modestia. «Come uomo, come musicista, il destino mi ha riservato dei gran bei regali». Al primo posto, naturalmente, c'è il sodalizio artistico con Andrea Bocelli, un dono piovuto dal cielo, anche se in un primo momento, confessa, «non me n'ero accorto». Insieme si sono esibiti, poche settimane fa, a New York davanti al presidente degli Stati Uniti Barack Obama e successivamente in Russia. «Lui, un sacco di tempo fa, insisteva per avere lezioni di piano, ma io svicolavo, inventavo scuse improbabili. Per quanto assurdo possa sembrare oggi, credevo che non avessimo granché da spartire: lui faceva piano bar, io appartenevo anima e cuore al repertorio classico... non s'ha da fare, mi dicevo. E nicchiavo spudoratamente. Poi finalmente ci siamo seduti davanti a una tastiera. A entrambi è cambiata la vita. Andrea su questa cosa mi prende in giro ancora oggi: “E pensare che come allievo non mi volevi!”».
Da 27 anni, Carlo Bernini, pisano, pianista, direttore d'orchestra, è l'alter ego della voce italiana più famosa al mondo, l'irrinunciabile ingrediente dell'avvincente vicenda umana che ha portato un ragazzo di Lajatico - il suo bel volto etrusco, il suo sguardo ferito, l'eleganza potente del suo canto - in una stella. “Responsabile musicale di Andrea Bocelli per quanto riguarda i concerti, opere, registrazioni del repertorio classico e del melodramma”, dicono di lui, con il consueto tono un po' algido, i curricula ufficiali. In realtà è molto di più, come dimostra il racconto che Bernini fa della festa per le nozze d'argento del loro connubio professionale: «Due anni fa, una cena tra pochi amici, musica, risate, battute e battutacce, aneddoti. Per una volta, abbiamo suonato per noi stessi». Eccolo, il trucco di questa folgorante alchimia. Dietro i Grammy e le esibizioni al cospetto dei grandi del pianeta, sopravvivono intatti i riflessi delle zingarate di un tempo, quando il successo era molto al di là dall'arrivare. Un passo prima degli impegni ufficiali, delle date sold out che portano il duo Bocelli-Bernini da un continente all'altro («Stiamo per partire per un tour in Asia, poi sarà la volta delle capitali europee»), dei primi posti in classifica, delle prestigiose collaborazioni, c'è ancora l'imprescindibile fatto che «ciascuno dei due riconosce nell'altro un fratello. Forse anche qualcosa di più». Lo dimostra con un esempio. «Quando vivi a stretto contatto con una persona condividi gioie e dolori. Anche per me e Andrea è stato così. Quando arrivò la notizia della morte di suo padre, eravamo a San Giovanni Rotondo, per un concerto dedicato a Padre Pio. Tempo dopo, seppi di aver perso il mio che ero a Roma, partecipavamo al programma di Fiorello su Rai Uno. Me lo dissero un'ora e mezza prima della diretta. Se non avessi avuto accanto Andrea, non ce l'avrei fatta. Lo stesso fu per lui». In questi giorni stanno lavorando all'incisione di “Manon Lescaut”, l'opera che portò Puccini a veleggiare spedito nelle acque della sua piena maturità artistica. Andrea sarà Renato Des Grieux, fascinoso studente assai poco incline a farsi prendere al laccio da Amore (ma, com'è noto, basterà un'occhiata di Manon a farlo capitolare; d'altra parte gli appassionati sono già in attesa di ascoltare come Andrea interpreterà quella scintilla, uno dei più bei coup de foudre di tutto il teatro d'opera). «Il 2013 sarebbe un anno verdiano: ricorrono i duecento anni dalla nascita. Ma io e Andrea, innamorati persi di Puccini, rimaniamo fedeli alla tradizione toscana. Così, col maestro Fabio Luisi, incideremo “Manon” a Genova, verso la metà di luglio. Ci vorrà una decina di giorni in tutto, ma noi due ci prepariamo da mesi. Qualche volta qui da me, a Vicopisano, qualche volta da lui. Facciamo come i ragazzini che mettono su il primo complesso: “Dove facciamo le prove stasera, da me, da te?”. Bocelli è un perfezionista, il suo è un processo di acquisizione e assorbimento della partitura lento e caparbio. Impara non solo il suo ruolo, ma anche quello di tutti gli altri. Non ho mai incontrato in vita mia musicisti così irriducibilmente pignoli. Si sofferma su ogni nota, su ogni singola sfumatura, sul peso di ciascun dettaglio. Lui dice lo stesso di me». Di questa inossidabile stima reciproca fu testimone, anni fa, un piccolo fan americano di Bocelli. «Il concerto era appena finito, eravamo già in camerino. Si presentò questo ragazzino accompagnato dalla mamma. Mentre gli firmava un autografo, Andrea mi chiese in inglese: “Maestro, come sono andato stasera?”. Il ragazzino ci guardò perplesso, poi mi si accostò: “Lui è Bocelli, e ti ha appena chiamato maestro. Ma allora tu... chi sei?”».
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