Il dolore
Al Comune resta da aiutare un solo profugo
Gli altri cinque ospitati tra Villa Giardino e San Girolamo hanno ottenuto tutti i documenti
VOLTERRA. Il permesso di soggiorno e i documenti necessari finalmente sono arrivati quasi a tutti. A cinque su sei: resta solo un ex profugo “a secco”. E a lui il Comune di Volterra decide di continuare a provvedere, come faceva fino allo scorso 31 marzo anche per gli altri cinque compagni migranti.
Questa la bella novità che coinvolge questi ragazzi Nord Africani, che fino ad ora continuavano a vivere “da invisibili” sul Colle etrusco. Sei ne erano rimasti, di tutti quelli arrivati sotto il nome emergenza Nord Africa e ospitati fino a fine febbraio al centro di baccoglienza allestito al Santa Chiara.
«Dopo aver fatto una riunione con la maggior parte delle associazioni del terzo settore, in qualche modo uscì fuori la possibilità di poterli ospitare a prezzi agevolati da qualche parte – spiega l’assessore Simone Lonzi del Comune di Volterra – questi ragazzi non avevano ancora i documenti – e continua – Come amministrazione, visto che un po’ di soldi nei capitoli dell’anno scorso li avevamo messi da parte per eventuali emergenze, visto anche insieme alla dottoressa Tognoni, mio funzionario di riferimento ai servizi sociali, che c’era la possibilità, abbiamo deciso di aiutare economicamente questi ragazzi rimasti ancora senza documenti». Questo fino al 31 marzo: oggi, dopo poco meno di due anni di trafile burocratiche, anche cinque degli ultimi sei migranti ancora residenti a Volterra, hanno finalmente ricevuto il permesso di soggiorno e il titolo di viaggio, con i loro nomi stampati correttamente, cioè sono in possesso di documenti in regola per “spassarsela” in giro per l’Europa. Fino ad ora erano sistemati, una volta chiuso definitivamente il centro di accoglienza, a spese dell’amministrazione comunale, circa quindici euro al giorno per ospite, in parte a Villa Giardino, struttura dell’associazione Mondo Nuovo Onlus, che si occupa di disabilità, e in parte a San Girolamo, struttura dalla Caritas. Resta ancora sprovvista materialmente di documenti effettivi, in pratica permesso di soggiorno e titolo di viaggio, una persona: Sogodogo Dramane, originario del Mali. «Siamo nei residui, quindi siamo arrivati al punto che purtroppo i fondi sono terminati anche per l’amministrazione – prosegue Lonzi – però in questo momento loro sono in grado di uscire fuori in maniera tranquilla perché hanno i documenti, tutti tranne uno, Sogodogo, che si è fermato nella burocrazia italiana, per questo ragazzo va quindi trovata ancora una soluzione, l’amministrazione se ne occuperà finché non arrivano anche a lui i documenti».
Dunque, la rientrata emergenza nordafricana assume i caratteri di una faccenda di pura sopravvivenza personale della quale ogni migrante fuoriuscito dalla polveriere libica alla caduta di Gheddafi dovrà fasi carico con propri mezzi.
Sono riusciti a mettersi in regola Siab Ali (Pakistan), Bashar Abul (Bangladesh), in convalescenza dopo un intervento chirurgico, Abubakar Abul-Malak (Bangladesh), Moise Watara (Costa d’Avorio), Koniba Toure (Costa d’Avorio).
«Vengo dal Pakistan – racconta Siab Ali, 29 anni, che in Libia lavorava in ambito edile – il lavoro in Libia non era un problema, sono muratore, e pavimentatore, ma questi due anni sono il periodo più brutto della mia vita, non tanto per me, ma perché se non lavoro non posso mandare soldi alla mia famiglia in Pakistan». E adesso? Fa spallucce Siab Ali, che potrebbe aver trovato un impiego per qualche mese in un’azienda agricola di Villamagna, ma non può iniziare poiché non riesce a trovare un alloggio in affitto nelle immediate vicinanze. Come gli altri, dopo la crisi libica, costretto a lasciare Tripoli su un barcone, è arrivato fino a Lampedusa, e il resto è storia più o meno recente. Moise Watara, nato in Costa d’Avorio, dopo essere fuggito da una sanguinosa guerra civile che da anni attanaglia il proprio paese d’origine, è caduto nella brace libica, dove lavorava come magazziniere. Le prospettive? «Vorrei lavorare, e rimanere a Volterra - dice Moise Watara – perché le uniche persone che conosco sono qui».
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