La manifestazione
Una vita da operaio comune
Un immigrato su due lavora in imprese del contoterzismo
SANTA CROCE SULL’ARNO. Addetti al bottale, alla rasatrice, alla spaccatrice, alla scarnatrice o alla messa a vento. È nelle prime fasi della conciatura delle pelli che trovano spazio i lavoratori immigrati, e per lo più in aziende che lavorano prevalentemente contoterzi. Quasi tutti impiegati prevalentemente con la qualifica di operaio comune (94%), ai livelli più bassi di inquadramento contrattuale.
Il 56% dei lavoratori immigrati è occupato in imprese artigiane di piccole e piccolissime dimensioni (inferiori ai 20 addetti), il 28% in realtà da 20 a 49 addetti, il 16% in aziende più strutturate con oltre 50 dipendenti. Questa la fotografia che emerge dall’indagine alla base del libro “La fabbrica dell’integrazione”, per i tipi Edizioni Plus.
La maggioranza degli inserimenti avviene perché il soggetto si è attivato individualmente oppure attraverso canali informali. In pratica, il 42% ha trovato lavoro grazie all’iniziativa personale, chiedendo in giro, il 24% tramite l’aiuto di connazionali, il 14% tramite familiari e parenti, il 10% con l’aiuto di amici non connazionali o italiani. In effetti, soprattutto nelle piccole imprese, dove sono decisivi i rapporti tra dipendenti e imprenditore, è frequente che quest’ultimo nella ricerca di nuova manodopera immigrata si affidi al giudizio e alla mediazione di altri lavoratori stranieri, che già lavoravano con lui o comunque conosciuti, che non ai canali istituzionali.(m.m.)
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