Sicurezza
«Quando un immigrato ai vertici delle aziende?»
Il bilancio del sindacalista Dia Papa Demba a vent’anni dai primi arrivi Con la crisi gli italiani tornano a proporsi per mansioni che prima scartavano
SANTA CROCE SULL’ARNO. «Non è più il tempo dell’immigrazione». Si metta l'animo in pace chi si sente minacciato dai barbari, a dare il polso della situazione è il responsabile del comprensorio del cuoio della Uiltec, il sindacalista di origine senegalese Dia Papa Demba. «Gli anni Novanta sono un ricordo – dice –. Per strada trovavi i cartelli delle aziende che cercavano operai. E passeggiando capitava di essere fermati: “Cerchi un lavoro?”. All’epoca c’erano imprese che avevano i macchinari fermi perché gli italiani di fare quei lavori non ne volevano sapere. Sono gli immigrati ad aver dato ossigeno al settore, ma adesso che è tutto alle spalle si tende a non ricordarlo».
È passato un pugno di anni, ma è un tempo infinito per le dinamiche dell’economia. «Erano gli imprenditori a cui avevi lasciato il tuo numero di cellulare a telefonarti per offrirti il lavoro. E quando finiva il contratto, se avevi operato bene, ti chiedevano di non rispondere ad altri se non a loro. E la telefonata arrivava a stretto giro».
Due i numeri che snocciola Dia Papa Demba: «Fino a cinque anni fa il distretto dava lavoro a ottomila persone, oggi siamo nell’ordine dei cinquemila. Ma si tratta di un dato che nasconde delle cifre falsate perché comprende anche quegli addetti precari che in una settimana magari lavorano per una giornata o per due mattinate». Che cosa è cambiato? «Venivi cercato per svolgere le mansioni più umili, quelle che nessuno voleva fare. Ma quei posti oggi valgono oro per tutti. Con la crisi di lavoro anche gli italiani sono tornati a farsi avanti. Eppure, fino a qualche anno fa difficilmente li trovavi a lavorare a una scarnatrice o alla messa a vento, stavano nei reparti migliori agli spruzzi o nel magazzino. Invece, adesso che non c’è più scelta li trovi un po’ ovunque».
«Ci sono persone che stanno maturando l’idea di fare i bagagli – afferma Dia Papa –. Stanno cercando un modo per tornare a casa perché non ce la fanno più a rimanere qui. Che sostiene che stanno arrivando gli immigrati a rubare il lavoro è un marziano. Nei parcheggi non si incontrano solo i clandestini che si arrangiano con il piccolo commercio per sbarcare il lunario, ma anche persone con il permesso di soggiorno che non potendo più fare altro si arrangiano per guadagnarsi il pane. Sul modo con cui lo fanno si può discutere, ma è un fatto indicativo. Insomma, con il prolungarsi della crisi c’è almeno un 15% dei senegalesi che dalla Toscana sono tornati a casa».
Al di là delle opportunità di lavoro che scemano, per il sindacalista, da vent’anni operaio in conceria, è comunque il tempo per un bilancio del ruolo degli immigrati nel distretto conciario. «Su dieci lavoratori stranieri almeno sei hanno un diploma o la laurea, non siamo degli analfabeti – dice Dia Papa Demba –. Eppure, nel distretto questo capitale umano non viene valorizzato. Si entra come operai e tali si resta». Che aggiunge: «E ciò non aiuta e non è da stimolo per un immigrato a investire di più nel suo lavoro». Una caratteristica che sottolinea con rammarico. «Negli altri settori di attività ci sono spazi per crescere e anche per mettersi in proprio. Nel distretto invece c’è una chiusura totale. Bastano le dita di una mano per contare gli immigrati che hanno ruoli di responsabilità».
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