Il Tirreno

Pontedera

Menichetti, il cacao che vuole del “lei”

di Andrea Lanini
Menichetti, il cacao che vuole del “lei”

L’ascesa a suon di bontà dell’azienda di Montopoli Valdarno

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MONTOPOLI VALDARNO. Il cioccolato artigianale “Menichetti” parte da Montopoli e arriva ai supermercati italiani, scende nell'area carico e scarico merci, infila la porta che dà sui reparti, si avvia di slancio verso la zona alimentari, sfiora gli scaffali dove i suoi omologhi industriali stazionano con malcelata invidia, per la maggior parte scuri in volto. E non si ferma, la raffinata primizia pisana, dei rivali non si cura ma guarda e passa, continua a attraversare festosi corridoi pieni di prodotti, risale la corrente schivando carrelli ondeggianti e signore indaffarate, diretta verso l'entrata principale, dove il personale, immancabilmente, gli ha già apparecchiato una degna stazione di sosta, un piccolo, esclusivo angolo personalizzato dove i clienti dal palato esigente sanno di poter trovare l'eccellenza, l'autentico fior fiore, la delizia doc, la chicca di nicchia. Insomma, un'isola privilegiata, bagnata però dal mare magnum dell'acquisto standardizzato, circondata dal gigantesco alveare in cui brulicano i marchi globalizzati.

Eccolo il gustoso miracolo che la “Menichetti Cioccolato Srl” ha spalmato negli ultimi anni sulle fette della grande distribuzione. Una manovra commerciale da equilibristi: difendere l'alta qualità dietro lo scudo di prezzi concorrenziali e andare a sfidare i più diffusi brand direttamente a casa loro: tra gli espositori dei centri commerciali. Spalmato nel vero senso della parola. A fare breccia nel cuore di Coop, prima catena a sposare i frutti dell'arte di Riccardo Menichetti, titolare dell'azienda, è stata proprio la “Cioccolosa”, crema spalmabile che “Menichetti” propone in due gusti: Fondente e Arancio. “La prima con il 30% di cacao”, racconta di lei un elegante dépliant. Un successo che non è frutto del caso. Riccardo, classe '68, questo articolo lo va perfezionando da più di vent'anni. Cioè da quando lavorava nel negozio di famiglia: la “Pasticceria Moderna” di Ponte a Egola, il paese dov'è nato. I suoi clienti di allora, forse inconsapevolmente, diventarono i primi assaggiatori ufficiali del futuro maestro cioccolataio. Il quale, mentre da dietro il banco distribuiva bignè, diplomatici e il consueto repertorio di leccornie, non pensava che a quel sensuale, fatato, intrigante alimento che i Maya, prima di perdersi in infausti calcoli sulla fine del mondo, definirono magistralmente “il cibo degli dei”: il cacao.

«Sempre stato quello, il mio vero obiettivo professionale. Da pasticcere, del cioccolato mi sono innamorato», racconta lui, seduto alla scrivania di un ufficio decorato con manifesti, premi, attestati. Alle sue spalle, appeso alla parete, la foto di un suo “ritratti al cioccolato” dedicato a Gérard Depardieu. «Nel 2002, sempre a Ponte a Egola, ho aperto la mia prima cioccolateria». Non ci ha messo molto a farsi conoscere. Merito anche di alcune ardite imprese “cioccolatesche”, vere esplosioni di ludica creatività. La più nota: l'uovo di Pasqua più grande del mondo. «Più di due tonnellate di purissimo cioccolato fondente. Questa enorme sagoma di polistirolo, alta sette metri e larga quattro e mezzo, era circondata da impalcature su cui si arrampicavano sei operai. Io, da terra, passavo i secchi pieni di cioccolato fino all'orlo. Un giorno e mezzo di lavoro non stop, notte compresa». È successo in piazza Betti a Marina di Massa, nel 2009. Il primato di quel titanico cimento è ancora imbattuto. «Materiale straordinario, il cioccolato. Duttile come pongo. Certo bisogna saperlo lavorare, temperandolo nel giusto modo, miscelando correttamente percentuali e tipologie di ingredienti. Se si riesce, ciò che si ottiene è fantastico. Ci si può fare qualsiasi cosa». Come per l'appunto i “ritratti al cioccolato”. Amabili quadretti che gli dei dei Maya, in un accesso di ghiottesca foga, potrebbero papparsi da cima a fondo, tela, cornice e piedistallo compresi, giacché - non ingannino i colori dei dipinti, le dorature delle patine - il tutto è interamente composto di schioccante, purissimo cioccolato.

«Il ritratto di Depardieu risale al 2003. Ci siamo conosciuti a Alba, per la Fiera del Tartufo. C'era un'iniziativa dedicata al cioccolato, un concorso per creazioni creative. L'attore francese era l'ospite d'onore, pensai di dedicare a lui la mia opera». Alla giuria piacque molto, il quadro, che vinse il primo premio. E anche a Depardieu, che se lo portò a casa, forse non per appenderlo. «Invece alla rassegna sanminiatese “Pinocchio Ciok” abbiamo presentato questo “dipinto” raffigurante il celebre burattino. Ma qui ha fatto praticamente tutto Edo».

Edoardo, 22 anni, è il responsabile produzione della “Menichetti”. Ci dà un saggio di come si lavora l'“oro nero” di Montopoli. Piazzatosi davanti a un grande piano di marmo, vi versa una cascata di cioccolata fusa, prende a spalmarla con gesti veloci, agitando una lunga spatola con abilità di spadaccino. «Il marmo è fondamentale. Per via delle temperature: il segreto è tutto lì», spiega il titolare. Il cibo degli dei griffato “Menichetti” ha anima una e trina. Al fianco di Riccardo e Edoardo c'è Serena, capelli lisci color cioccolato fondente, molto giovane anche lei. È la responsabile del marketing. «Coop Firenze è il partner che ci ha permesso di entrare, da artigiani, nella grande distribuzione. Sì, a far breccia è stata la nostra “spalmabile”. Una volta provata, Coop l'ha subito voluta nel proprio paniere. Stiamo iniziando a collaborare anche con altre importanti catene, soprattutto al nord. E cominciano ad arrivare i primi contatti con l'estero».

Intanto, nel punto vendita al dettaglio da cui si passa per accedere al laboratorio, ci mostra i prodotti che nei supermercati italiani vanno per la maggiore. Volendo tentare il palato, ci sarebbe solo l'imbarazzo della scelta. “Arancini”, “Rustici”, “Praline assortite”, “Quadretti”. «Queste sono tra le mie preferite: “Dragées” con cuore di nocciola e fondente al 60%. Vuole assaggiare?».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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