Il Tirreno

Pontedera

Tra fork, skirt e panel il mestiere di “Beppe”

di Andrea Lanini
Tra fork, skirt e panel il mestiere di “Beppe”

Giuseppe Aiello, maestro sellaio ricercato da mezza Italia

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SANTA MARIA A MONTE. Un inaspettato assaggio di Far West nel cuore della Valdera. I riferimenti a quegli epici spazi di frontiera sono tanti: la sella americana in fase di lavorazione che troneggia al centro della piccola stanza, in groppa a uno speciale sostegno metallico; la terminologia anglosassone che ne indica le varie parti («Fork, skirt, cantle, panel...», fa l'elenco Beppe, con una pronuncia a stelle e strisce perfettamente arrotata); i materiali utilizzati (il “rawhide”, il cuoio non conciato, ma anche le pelli della Louisiana, del Texas, «i cui grandi spazi permettono alle bestie di pascolare senza rovinarsi il manto strusciando su arbusti e rovi»); addirittura due paia di lunghe corna ornamentali che spuntano fiere dalla parete di fondo. Ci fossero le Colt, le diligenze, le pupe dei saloon, uno sceriffo di nome Ringo e magari anche una schiera di Apache, potrebbe essere una pellicola di John Ford.

Eppure qui, nella bottega artigiana di Giuseppe “Beppe” Aiello, maestro sellaio a Montecalvoli, il parallelo con l'immaginifico universo filmico di Hollywood è riduttivo. Qui, tra attrezzi ormai introvabili e pezzi d'antiquariato («Guardi questa: sella militare del 1903, tedesca. Questa invece è del '27, Esercito italiano»), c'è molto di più. Recentemente, un inviato della rivista “Cavallo Magazine” l'ha approfonditamente spiegato in un servizio di tre pagine: il laboratorio di Aiello è unico in Italia. Per più motivi. Il fondamentale, irrinunciabile ingrediente lo spiega lo stesso titolare. «Per fare le ricerche che faccio io bisogna essere “malati”. Lo confesso, sono pazzo di questo lavoro». Si documenta da anni, raccoglie libri e riviste d'epoca, ha girato musei, visitato depositi di caserme, alla ricerca del giusto finimento, della borchia autentica, della bardatura filologicamente irreprensibile, dell'abbinamento inappuntabile. Dopo aver fatto mille mestieri, «l'idraulico, il fabbro, pure il rappresentante della San Carlo, tenendo però sempre l'hobby della pelle ben vivo», la grande svolta, il sogno di una vita: fabbricante professionale di selle. «La cultura equestre mi interessa tutta: dal mondo dei nostri cowboy, i butteri della Maremma, all'evoluzione che il cavallo e i suoi accessori hanno avuto in campo militare, alle ricostruzioni delle grandi battaglie». Altro che John Wayne, qui si arriva a Napoleone («Errori a parte, a Waterloo a fregarlo fu soprattutto la pioggia...»).

In un irresistibile slancio di passione e curiosità, un giorno ha voluto provare in prima persona l'ebbrezza di una carica di Cavalleria. «Su al Nord fanno queste accuratissime rievocazioni storiche... Mi proposero un assalto, le briglie in una mano e nell'altra la sciabola, come nell'Ottocento. Perché no?, pensai. L'avessi mai fatto. Tra la velocità, il frastuono, la concitazione, la paura di finire male, non capisci più nulla. Senti solo che il cavallo corre come una locomotiva e ti porta dove vuole lui. Una follia, anche per un matto come me. Molto meglio studiarle sui libri, certe cose». Sta di fatto che quando a Roma, tempo fa, si è deciso di far risorgere il glorioso 8° Reggimento di Cavalleria “Lancieri di Montebello”, scintillante unità d'eccellenza dell'ambito equestre del nostro Esercito, è a Giuseppe Aiello che ci si è rivolti per avere le dritte necessarie, le indispensabili nozioni di verosimiglianza storica. Dalla capitale a Montecalvoli, tutti a consulto dal super-esperto. Aiello ha scartabellato i suoi preziosi archivi, verificato dettagli, confrontato immagini d'epoca. Dopo le sue attente verifiche, a quei fragorosi destrieri da parata, a quei cavallerizzi in alta uniforme, non pendeva né un crine né un capello. Non una sola staffa apocrifa, non un quartiere spurio, non uno straccale incongruo, non una fibbia fuori posto. Impeccabili, semplicemente. «Lo sa come siamo noi italiani. Arriviamo primi in qualsiasi campo, poi tiriamo i remi in barca. È quel che è successo anche alla nostra cultura equestre. In pochi si preoccupano di tenerne vive le vestigia. Eppure, un tempo...». Con un brivido di commozione, prende una sella del nostro Esercito, la porta fuori, la sbandiera alla luce. «Su una di queste i nostri soldati hanno combattuto durante l'ultimo conflitto mondiale. Le abbiamo fatte noi le ultime cariche a cavallo, nel '43. I tedeschi, che per il resto ci bistrattavano, quando videro quella prova di coraggio si misero sull'attenti. Dopo esser stati i migliori, abbiamo lasciato perdere. Le selle militari dismesse l'Esercito le passava ai butteri. I magazzini militari sono ancora pieni di materiale straordinario. Certo, ci vuole uno svitato come me per andarci a rovistare in mezzo».

I più importanti musei d'Italia lo sanno, e a Aiello, ogni volta, fanno ponti d'oro. Anche a Pinerolo, al Museo Storico dell'Arma di Cavalleria, dove l'hanno invitato per una perizia alla celebre esposizione. Tra lo stupore generale, un dettaglio stonato («una bisaccia che non andava d'accordo con tutto il resto») fu capace di trovarlo pure lì. A questo proposito, anche il Beppe collezionista può dire la sua. «In casa ho una quindicina di selle storiche perfette in ogni dettaglio. Tanti amici dell'Arma, appassionati come me, le prime volte sono rimasti sbalorditi». Il restauro non è un problema: “Aiello Selleria” fa miracoli. «Quando sai cosa cercare, ai mercati e alle fiere, prima tra tutti quella di Verona, trovi quasi tutto». Quello che manca se lo costruisce da sé, secondo i dettami della più alta fedeltà all'originale. «A fare una sella nuova da cima a fondo ci vogliono una ventina di giorni. Non ci sono orari. Sono il cuoio e la sua asciugatura che impongono i tempi. Le selle che oggi vanno per la maggiore? Quelle di tipo americano. Negli Usa c'è il business. I miei lavori li spedisco spesso all'estero. Due selle, recentemente, sono partite per l'Austria».

I film western, si diceva. Ma quelli, nella formazione di Giuseppe, detto anche “Joseph” («Gliel'ho detto che l'ambiente dei cavalli è strano!»), nato a Montecalvoli nel 1962, hanno inciso poco. I fumetti, invece... «A lavorare il cuoio ho iniziato da bimbo. La zona era favorevole, e mio padre, Sebastiano, mi ha sempre permesso di tenere un banchino e un po' di attrezzatura. Leggevo Tex, certo, e provavo a rifare certi particolari delle selle. Ma poi iniziai a confrontare i disegni con le foto delle riviste che iniziavo a collezionare, e i conti non tornavano. I disegni non erano fedeli. Invece le vignette di Ken Parker, nel '77, furono un'illuminazione. Berardi e Milazzo sì che ne sapevano, di cavalli. Rifeci di sana pianta la sella che Parker, nella prima pubblicità del fumetto, teneva in mano. Non ho più smesso».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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