Sicurezza
Piogge e frane, si contano i danni all’agricoltura
PONTEDERA. Le aziende agricole contano i danni. Causati dall’acqua di questi giorni. «L’esito dei raccolti – dice il direttore di Cia Pisa Stefano Berti - è legato indissolubilmente all’evolversi...
PONTEDERA. Le aziende agricole contano i danni. Causati dall’acqua di questi giorni. «L’esito dei raccolti – dice il direttore di Cia Pisa Stefano Berti - è legato indissolubilmente all’evolversi delle stagioni e alla disponibilità di pioggia. In questi ultimi mesi però nelle nostre campagne, pioggia e acqua, sono sinonimo di calamità. Da novembre le perturbazioni si sono susseguite con una cadenza tale da impedire gran parte delle semine autunno-vernine». La prime stime parlano di oltre il 50 % di terreni preparati per la semina dei cereali in cui le semine non sono state effettuate sia in Valdera, che nel Valdarno e Valdicecina. C’è poi l’aggravante di semi e concimi acquistati, pagati dagli agricoltori e purtroppo non impiegati. Sono perdite di centinaia di migliaia di euro. Anche dove è stato possibile seminare si assiste al fenomeno dell’asfissia delle piantine per la troppa acqua che ristagna nei campi. «Non mancano le frane a completare l’opera. Frane che interessano sia i campi che la viabilità rurale – aggiunge Berti – Le semine primaverili di girasole e mais cominciano a destare preoccupazione. Difficilmente infatti si potranno effettuare le operazioni colturali necessarie nei campi allagati. Situazione analoga per le coltivazioni ortive, molte delle quali in questi periodi dovrebbero essere messe a coltura. Gli agricoltori nel corso dei secoli si sono abituati a fare i conti con l’imprevedibilità degli eventi naturali. Non accettano invece di sopportare i danni causati dall’incuria e dall’imperizia dell’uomo.La pianificazione territoriale degli ultimi trent’anni è da considerarsi la principale responsabile di queste avversità”. Cementificazione selvaggia, impermeabilizzazione dei terreni, crescita esponenziale di erosione del suolo agricolo, opere pubbliche e viabilità attuate in totale assenza di precauzioni, tombatura di corsi d’acqua più o meno importanti, tutti elementi - la Cia l'ha ribatito più volte in questi mesi - la combinazione dei quali non poteva che portare a questi effetti. “Dove i contadini possono ancora effettuare le opere di regimazione delle acque che hanno fatto da anni, difficilmente ci sono danni, difficilmente ci sono allagamenti e ristagni d’acqua – prosegue Berti - Ma dove i campi sono ormai incastrati tra zone artigianali, superstrade e corsi d’acqua tombati, non esiste possibilità di regimazione. Purtroppo molti danni arrecati da questo tipo di pianificazione sono ormai irreversibili, ma nonostante tutto in troppi, a cominciare da tanti amministratori pubblici, sembrano ancora non aver capito. Ancora oggi ci vengono portati in discussione piani strutturali che prevedono nuove aree artigianali, nuovi insediamenti abitativi, nuova viabilità (vedasi trasformazione in autostrada delle Tirrenica), quando l’edificato attuale, di ogni tipologia, è in gran parte inutilizzato o sottoutilizzato. Diciamo basta a questo scempio e chiediamo con forza nuove politiche che partano dall’approvazione di piani strutturali a volume zero. Questo non vorrebbe certamente dire perdita di attività, semmai riconversione di attività finalizzata prioritariamente alla riqualificazione dell’esistente dal punto di vista energetico e della sostenibilità ambientale e soprattutto stop all’erosione di terreni fertili, visto anche ciò che ci dicono tutti gli economisti riguardo alla ormai certa carenza di cibo che riguarderà anche popolazioni che fino ad aggi non avevano fatto i conti con questo problema».
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