Sicurezza
L’imprenditore precario nella morsa della crisi
Dall’indagine nel comprensorio gli sfoghi registrati da Sofia Capuano Tanti si sentono rivolgere spesso la domanda: «Ma chi te lo fa fare?»
SANTA CROCE SULL’ARNO. Dieci voci per altrettanti imprenditori. Uno spaccato del distretto legato alla nuova generazione di capitani d'industria. Hanno tutti un’età compresa tra i quaranta e i cinquant’anni. E solo uno è in rappresentanza della vecchia guardia. Sette su dieci hanno preso le redini dell'azienda di famiglia. Gli altri sono ex operai o giovani leve cresciute con l'ideale di fare impresa. Sono loro i protagonisti dell’indagine sociologica condotta da Sofia Capuano per delineare la trasformazione del lavoro nel distretto conciario dall’ottica di chi ha in mano il timone. Tra flessibilità e precarietà si scopre che le due categorie appartengono a tutti. «Molti di loro sono convinti che fare l’imprenditore oggi non ha lo stesso significato che in passato – sostiene Capuano –. Il rischio connesso all’attività privata è avvertito oggi in modo molto più forte, tanto che la frase ricorrente che gli intervistati dichiarano di sentirsi rivolta è “Ma chi te lo fa fare”».
La ricerca sul campo si è chiusa nel 2007. «Considerando gli effetti della crisi di questi ultimi anni si tratta di un contesto in parte cambiato – precisa la sociologa –. Ma pur non potendo effettuare generalizzazioni, data l’esiguità del campione, è possibile tuttavia trarre alcuni elementi significativi».
«Tutti gli intervistati sono persone coinvolte nel processo. Nessuno di loro mi ha ricevuto in doppiopetto in un ufficio, ma con addosso i panni da lavoro. L’imprenditore lavora in fabbrica, conosce gli operai personalmente e intesse con loro rapporti interpersonali. Ma è un dato che sta perdendosi con il ricambio generazionale».
Circa la reale destrutturazione del lavoro, gli spazi per i contratti flessibili sembrano limitati. «Nella maggior parte dei casi è ancora presente una quota rilevante di lavoro standard, in alcuni non viene utilizzata nessuna forma di lavoro flessibile – sottolinea Capuano –. In altre la flessibilità, invece, rappresenta uno strumento indispensabile in risposta alle oscillazioni della domanda. Le differenze emerse rispecchiano la diversità dei settori produttivi: la lavorazione conto terzi è maggiormente soggetta alle oscillazioni di commesse».
C’è però un dato comune. «Tutti mostrano di essere favorevoli agli strumenti normativi che hanno introdotto maggiore flessibilità nel mondo del lavoro. In un caso, rispetto al tema della precarietà prodotta dai contratti atipici, è forte la consapevolezza dei rischi che la flessibilità del lavoro diventi una modalità attraverso la quale si trasformano le persone in merci. D’altra parte, tutti gli intervistati si definiscono dei precari da sempre: il benessere dell’impresa non è mai al sicuro dalle incertezze e dalla volubilità del mercato».
Il sommerso come rischio. «Per alcuni negare agli imprenditori di calibrare la forza lavoro in relazione alla domanda significa inevitabilmente ricorrere al lavoro sommerso, visto che per alcuni tipi di lavorazione, il lavoro è stagionale; per altri, il lavoro sommerso non rappresenta un’alternativa in quanto il rischio connesso non vale quanto i vantaggi eventualmente conseguibili».
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