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Il lavoro è una risorsa per collocarsi nel mondo

Il lavoro è una risorsa per collocarsi nel mondo

Il professor Toscano ha diretto la ricerca sulle forme di flessibilità e precarietà «Nel distretto conciario ci sono vincoli contro l’aggressività del mercato»

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SANTA CROCE SULL’ARNO. «Il lavoro continua a essere una risorsa decisiva, molto spesso scarsa e certamente ambita dai più, capace di definire la collocazione di ciascuno nel mondo, anche di quelli che non lavorano». È quanto sostiene il sociologo Mario Aldo Toscano, che ha curato l’opera “Homo instabilis”, per i tipi Jaca Book – Il Grandevetro, nell’ambito della quale s’inserisce l’indagine effettuata da Sofia Capuano sugli imprenditori del distretto conciario. Si tratta di un progetto di interesse nazionale che pone al centro della riflessione il tema del lavoro, dei suoi sviluppi odierni e nelle sue molteplici forme di flessibilità e di precarietà. Un lavoro pubblicato nel quadro del programma di ricerca di rilevante interesse nazionale, cofinanziato dal Miur e dalle Università di Pisa, Lecce e Palermo.

«La flessibilità può nascere come incontro virtuoso tra le esigenze dell’azienda e quelle del lavoratore, conciliando i tempi di vita con quelli della produzione. Ma quando è declinata in termini negativi finisce per essere solo a carico del lavoratore. Ma se nella flessibilità il lavoro comunque c’è, nel concetto di precarietà può anche non esserci. E in quest’ultimo caso le esigenze dell’azienda diventano prioritarie, la destabilizzazione del rapporto di lavoro è radicale. Il lavoratore è ridotto a merce a buon mercato».

Al di là che è necessario per procurarsi da vivere qual è il valore del lavoro?

«Nella concezione attuale il lavoro è importante perché è il momento della identificazione personale. Di una persona si chiede: “Che fa?”. E non: “Chi è?”. L’essere è sormontato e soggiogato dal fare. E nella misura in cui fai hai un’identità».

Flessibilità e precarietà sono categorie attuali?

«Siamo nel pieno di una crisi che si estende a tutto il processo lavorativo, compreso l’imprenditore. Da una precarietà individuale siamo passati a una precarietà collettiva».

Come s’inquadrano flessibilità e precarietà nel distretto conciario?

«È un territorio che vive di un’industrializzazione diffusa, di una imprenditorialità che si genera spontaneamente dalle basi operaie, di una connessione originaria con la comunità da cui si proviene. La maggior parte degli imprenditori esprime un certo grado di sensibilità alle derive negative della precarietà; ma si sentono anch’essi, nella limitata consistenza della loro attività e delle loro risorse, precari».

Qual è il dilemma?

«Tutti concordano nel dover dare risposte adeguate alle condizioni mutevoli del mercato: che mentre vuole specifiche figure professionali, impone di ridurre i costi del personale per far fronte alla concorrenza dei paesi emergenti. Contratti flessibili dunque sono obbligati dalle circostanze: ma ciò non significa licenziamenti a seconda degli andamenti più immediati della congiuntura internazionale. Vincoli comunitari e memorie individuali sembrano operare sotterraneamente nel senso di dover tutti ridurre in qualche misura, con apporti “locali”, l’aggressività di un mercato senza confini e senza regole».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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