Italia
Nozze d’argento per Shalom
Il movimento festeggia oggi i 25 anni sanminiatesi e tifa perché il prossimo Papa sia africano
SAN MINIATO. Quelle mani che si tendono fino ai confini del mondo, in cerca di famiglie e bambini abbandonati e lasciati soli tra la miseria e le malattie, fanno brillare in cielo la stella cometa della solidarietà da ben 25 anni. Oggi, al centro congressi dell’hotel San Miniato, i volontari del Valdarno Inferiore e della Valdera si ritrovano per festeggiare un compleanno speciale. Simbolicamente, ma nemmeno tanto, dai loro abbracci sbucheranno a sventolare le bandiere di Burkina Faso, Uganda, Sudan, Congo, Togo, Senegal, Benin, Etiopia, Eritrea, Kenya, Burundi, Tunisia, Egitto, India, Bangladesh, Brasile, Iraq, Bosnia, Jugoslavia, Romania e Ucraina. Sono i paesi in cui il Movimento Shalom ha lasciato e sta lasciando tuttora un segno. Di aiuto, di amore, di fratellanza. Il sorriso sempre rassicurante di monsignor Andrea Pio Cristiani, fondatore del Movimento a livello nazionale nel 1974, è quanto di meglio si possa cercare per incorniciare il traguardo raggiunto da Shalom, che nelle adozioni a distanza, per fare un esempio, è l’associazione toscana più attiva.
Monsignor Cristiani, in questi 25 anni cos’ha rappresentato San Miniato per il Movimento Shalom?
«Quando siamo sbarcati a San Miniato Shalom era ancora un adolescente. La città della rocca ha contribuito sicuramente a dargli una fisionomia più strutturata, più adulta, cominciando a lavorare sulla base di due ambiti fondamentali: la formazione, sostenendo direttamente le attività lavorative nel mondo, e gli interventi sulle infrastrutture. Due elementi assolutamente nuovi della cooperazione internazionale, un’autentica rivoluzione copernicana per il settore. Shalom, infatti, lavora con il popolo anziché con le istituzioni, per una giusta distribuzione dei valori, combattendo la fame alla radice. Ai poveri non bisogna fare l’elemosina, si deve altresì contribuire al loro sviluppo, sul loro territorio. Nessuno di coloro a cui, in tutti questi anni, abbiamo insegnato a studiare, a lavorare e a metter su un’impresa ha chiesto di lasciare la propria terra per raggiungere l’Italia. Dall’altro lato, ogni barcone pieno di immigrati che si avvicina alle coste italiane è il risultato tangibile del fallimento della cooperazione internazionale».
Quali sono i progetti andati a buon fine a cui è maggiormente legato e affezionato?
«Sono senza dubbio quelli per far sgorgare l’acqua in Africa, soprattutto in Burkina Faso, avviati quando a San Miniato c’erano l’allora sindaco Lippi e l’ingegner Gozzini. La nostra strategia si dimostrò subito vincente: scegliemmo infatti di non pagare soggetti terzi per andare a costruire laggiù, bensì di andare noi in quei paesi per insegnare a costruire alla popolazione locale, supportata ovviamente dai nostri tecnici. Allora, li ribattezzai i “pozzai” di San Miniato. Ad oggi, sta andando benone il progetto legato alla filiera corta dei fagiolini del Burkina Faso (dai produttori locali gli ortaggi arrivano direttamente nei nostri supermercati senza ulteriori passaggi), sostenuto da un’ampia rete di socializzazione che vede in prima linea il preziosissimo contributo della Unicoop Tirreno».
Ma qual è il segreto del vostro eccezionale successo?
«Penso proprio che siano la trasparenza e la serietà con cui operiamo in un ambito dove, purtroppo, fioriscono approfittatori e truffatori. I nostri volontari li invitiamo sempre a vedere e a verificare da vicino, sul posto e con i propri occhi, le opere realizzate a cui hanno contribuito. Fino ad oggi, abbiamo accompagnato in Africa e in altri paesi centinaia e centinaia di persone. Lo si può chiamare anche turismo, ma si tratta senza dubbio di un turismo etico, solidale e umanitario».
Come sono cambiati San Miniato e il Valdarno Inferiore in questi 25 anni?
«All’inizio il comprensorio del Cuoio era sicuramente uno dei distretti italiani più fecondi. Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad un preoccupante svuotamento di opportunità occupazionali. Pur tra tantissime difficoltà, però, l’egoismo non cresce. Anzi, nonostante la recessione economica, Shalom ha continuato a crescere sul piano della solidarietà offerta. Resta, ovviamente, la gravità della situazione generale, che sta favorendo l’aumento di criminalità e violenza. Tutto questo è anche il frutto di una politica che non ha saputo tutelare il cardine principe della nostra Costituzione, cioè il lavoro, e di una sbagliatissima politica di cooperazione».
Come ha reagito alla clamorosa decisione del Papa di abdicare?
«Innanzitutto ho provato dispiacere nel vederlo così anziano e affaticato. Il suo è stato un gesto comprensibile e onesto con se stesso e con la Chiesa. Ha dimostrato coraggio nel lasciare il timone di Pietro ad uno con più muscoli di lui».
Immaginiamo che il Movimento Shalom potrebbe essere felicissimo se il prossimo Papa dovesse essere un africano. Non è così?
«L’Africa è indubbiamente la parte di mondo dove il cristianesimo è maggiormente in crescita. È indubbio il fatto che un papa africano potrebbe essere accolto con grande gioia».
Torniamo all’attività di Shalom. Qual è il progetto attualmente in corso d’opera?
«Quello che è stato avviato proprio da San Miniato, nel nome di Giacomo Bandini, un giovane morto pochi anni fa in un incidente stradale. In Togo sorgerà un centro polivalente di formazione sui diritti umani (una scuola di pace), sulla cooperazione e sul cooperativismo. A questo sarà associata un’attività di produzione di pane e pizza, basilare per finanziare la scuola di alfabetizzazione delle donne. Sull’oceano, inoltre, sarà costruito un ostello giovanile per i partecipanti ai percorsi educativi. I lavori sono già partiti».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
@crimarcacci
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