Il dolore
Andrea, foto e video a passo di danza
La storia di Gianfortuna, ingaggiato dalle scuole di tutt’Italia
SAN MINIATO. Quei saggi di danza erano belli, sì, ma lunghi, lunghissimi, praticamente infiniti, in certi casi anche un po' soporiferi, diciamolo pure, soprattutto per gli occhi di un bimbo di otto anni, l'età che Andrea Gianfortuna aveva allora. Un bimbo che, ogni volta, di fronte allo spettacolo elegante di quelle movenze sempre ripetute, alla composta leggiadria di quelle figure sempre rincominciate, arabesque, battement, assemblé, e poi attitude, degagé, balancé, chassé, e poi ancora via da capo, con in sottofondo lo scorrere perenne di classicissime melodie suonate, a seconda dei momenti, da un mesto pianoforte o da un'infuocata orchestra, immancabilmente s'annoiava. Forse se faccio qualche foto il tempo passa meglio, pensò. Anche se ancora non lo sapeva, il mestiere che gli avrebbe dato notorietà nazionale iniziò in quel preciso istante, col primo clic della vecchia macchina analogica di famiglia.
«Vedi un po' come nasce una carriera», sorride lui oggi, nel suo studio di San Miniato, alla luce di tutte le importanti collaborazioni che ballano sul proscenio del suo curriculum, e delle tantissime scuole che, soprattutto nei mesi estivi, lo costringono a esasperanti - ma elettrizzanti - tour de force da una parte all'altra della penisola per non perdere un solo saggio, un solo gran gala, una sola prima, a Cesena, a Parma, a Forlì, a Caltanissetta, a Roma, a Milano («Nel solo mese di giugno, di solito, la mia auto non fa mai meno di diecimila chilometri»). Ne sono passati di cigni sul lungolago, da allora. Con gli anni, quel rimedio contro il tedio, quel frizzante palliativo inventato per fuggire alla propria condizione di spettatore forzato, si è rivestito di candide piume. «Oggi, la danza, fotografare e filmare la danza, non è solo il mio mestiere, ma la mia passione. Non ho mai avuto “le physique du rôle” per esercitare quest'arte in prima persona, ma tuttavia l'amore per la danza posso dire di averlo completamente sublimato attraverso l'immagine. Quando faccio il montaggio delle riprese, rivivo l'intero balletto, ogni sequenza, ogni singolo passo, dall'inizio alla fine. Spesso arrivo in fondo con gli occhi lucidi. È il bello del video: in fase di montaggio hai un discreto margine di creazione, puoi dare al lavoro una tua impronta. In quei momenti, lo confesso, mi sento un coreografo di “secondo livello”, per così dire. Interpreto, reinvento, do enfasi a certi passaggi, a certe sfumature... Ai coreografi “ufficiali” questo tocco in più piace molto: “Ci aiuta a capire meglio ciò che facciamo, il punto a cui dobbiamo arrivare”, dicono». Ai tempi dei saggi coatti, ovvio, era tutta un'altra musica, le sfumature non si distaccavano mai troppo dal grigio. «Succedeva che alla “Hamlyn” di Firenze, la scuola di danza di mia sorella Simona, di due anni più piccola di me (fiorentino, di Tavarnuzze, Andrea è del '66, ndr), lei 6 io 8, una volta ogni tanto si facevano delle lezioni aperte ai genitori. Mia madre, per non lasciarmi solo, mi portava con sé. Una barba. Ricordandomi che a casa avevamo una macchina fotografica, una volta decisi di portarla, più che altro per passare meglio il tempo. Scatto dopo scatto, ne è nato un innamoramento fulminante. In seguito, con una piccola telecamera, iniziai anche a fare le riprese. Ho continuato così, per mia soddisfazione personale, fino al 1990. La “Hamlyn”, oggi come allora preziosa fucina di talenti, era diretta da Franco De Vita, che oggi è alla guida della Jacqueline Kennedy Onassis School presso l'American Ballet Theatre, una delle scuole di danza più importanti del mondo. Suo collaboratore principale era Raymond Lukens, insegnante di danza (Simona era sua allieva) e coreografo. Lukens, per riprendere i saggi della scuola, si rivolgeva sempre alle stesse persone, che però da un po' di tempo non lo accontentavano più. “Ti va di fare tu qualche ripresa, Andrea?”, mi disse una volta. Ecco, quello è stato il secondo, decisivo passo».
Un passo curioso, tra l'altro. Grazie a Lukens, coreografo, Gianfortuna ha imparato l'arte di filmare i ballerini. «All'inizio, i primi video li guardavamo e riguardavamo insieme, più e più volte, e lui mi dava un sacco di consigli, attento a non tagliare i piedi, attento a non tagliare le mani, stai un po' più largo eccetera. Con lui a fianco, ho imparato una massima che da allora seguo sempre: il piano stretto è la morte del balletto!». Come testimonia l'elenco delle tante compagnie che oggi si servono del suo obiettivo, quei consigli hanno dato buoni frutti. Da San Miniato, dove si trova la “Video System Produzioni”, società in cui lavora coi colleghi Gino Disalvio, Marco Pozzolini e Daniele Lopardo, si snoda una rete di contatti che arriva a più di trentacinque scuole sparse in tutta Italia. E il lavoro è andato aumentando da quando, come fotografo, ha iniziato a lavorare con Cristiano Castaldi, tra i nomi più importanti della fotografia italiana specializzata nella danza, assieme al quale oggi forma un affiatato tandem (tra l'altro, Castaldi e Gianfortuna sono fotografo e operatore video ufficiali del prestigioso Premio Mab). A un certo punto è arrivato anche l'amore, pure lui volteggiante su candide punte. Galeotta fu la compagnia che Carla Fracci, un po' di anni fa, guidava al Politeama di Genova. Ne facevano parte sia Simona, per molto tempo ballerina professionista, sia Cristina Poggi, futura moglie di Andrea, ballerina presso la compagnia dell'Arena di Verona e, assieme alla collega Elisa Traverso, fondatrice della scuola “Pontedera Danza”. «Cristina, Simona e altre amiche della “Hamlyn” venivano a provare a casa nostra, il pomeriggio. Restavo a guardarle per ore, rapito. Quella la prima scintilla. Anni dopo, quando entrambe ballavano con la Fracci, il fidanzato di Simona il fine settimana partiva per Genova e io mi aggregavo (“Ti accompagno, così saluto mia sorella”. Bugia: andavo per Cristina)». Un giorno, quei romantici weekend sarebbero sfociati nel cruciale passo a due delle nozze.
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