Il Tirreno

Pontedera

Campanili e burocrazia azzoppano il distretto

di Giacomo Pelfer

Le difficoltà del comparto conciario, calzaturiero e artigianale nella relazione della neonata associazione “Laboratorio Valdarno”

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SAN MINIATO. L’immagine è quella di un comparto solido, che crede in se stesso, ma che sconta una serie di difficoltà: dalla burocrazia alla mancanza di marchi che certifichino la qualità, dalle divisioni interne alla formazione giudicata inadeguata, che insieme ad un’immagine negativa del settore impedisce il ricambio generazionale. È quanto affermano gli operatori del comparto conciario, calzaturiero e artigianale della zona, interpellati dalla nuova associazione “Laboratorio Valdarno”, riunita per la prima volta in forma pubblica mercoledì sera nella sala del Bastione. Una sessantina i presenti, arrivati per la presentazione ufficiale del nuovo sodalizio.Già dai mesi scorsi, l’associazione ha iniziato a lavorare sui settori trainanti del Valdarno, attraverso incontri con gli operatori da cui è scaturita una relazione, illustrata dall’ex assessore sanminiatese Anna Maria Tognetti, consigliere di “Laboratorio Valdarno”.

Immagine e formazione. Fra i tasti dolenti del settore, gli imprenditori lamentano la necessità di una comunicazione diversa, per «superare – dicono – quei luoghi comuni sui rischi ambientali della conceria che tengono molti giovani lontano da queste attività». Il risultato è una manodopera che invecchia, senza un vero ricambio. A questo si aggiunge il giudizio negativo sulla formazione: «Nonostante abbia assorbito ingenti fondi – si legge – si è configurata come un modo per consentire la sopravvivenza di chi fa formazione, molto spesso delle stesse associazioni di categoria».

Certificare la qualità. L’unica strada per stare sul mercato, assicurano tutti gli operatori, è quella della qualità, «per la quale l’interesse sta crescendo, anche nella calzatura». Il problema è quello di certificarla, andando oltre un “Made in Italy” «che al momento – dicono – non identifica alcunché». Da qui l’appello per la creazione di marchi nuovi, «che attraverso indicatori certi garantiscano qualità ed eticità dei prodotti». Una strada, ovviamente, nella quale l’innovazione risulta fondamentale: decisivo il ruolo di Poteco, che a detta degli imprenditori «potrebbe essere ampliato».

Distretto e associazioni. L’invito è quello di recuperare la dimensione del distretto, in una logica di filiera in cui «ogni azienda condivide un progetto generale», favorendo anche la collaborazione. «Non è un mistero, invece – si legge nella relazione – che ci sono divisioni tra le due associazioni dei conciatori, dentro le stesse associazioni e tra produttori e contoterzisti». L’associazionismo, anzi, sembra vivere una crisi economica e politica: «Non sono da tempo in grado di rappresentare bisogni e potenzialità del settore – prosegue il documento – . Numerose le ditte che non ne fanno parte».

Burocrazia e campanili. Alle istituzioni si imputa prima di tutto una burocrazia esasperata, «e un’incapacità a stare al passo dei cambiamenti, intervenendo spesso con misure inadeguate». Gli enti locali, poi, prosegue la relazione, «sono troppo inclini ai campanilismi. Un esempio è il Museo del Cuoio: poteva essere un’occasione, invece hanno prevalso i particolarismi».

La depurazione. A dimostrazione della scarsa decisionalità della politica, si cita soprattutto la mancata realizzazione del progetto Tubone, «di cui nessuno sa più niente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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