Sicurezza
Bimbo morto dopo il parto la madre è innocente, assolta
La Corte d’Assise d’appello ribalta la sentenza di primo grado che l’aveva condannata a 14 anni La donna era accusata di omicidio volontario e dunque ha rischiato l’ergastolo
CASCINA. Innocente. La madre accusata di avere tenuto nascosta la gravidanza per poi sbarazzarsi del bimbo appena nato non ha ucciso. Un’accusa pesante. Ma dopo la condanna a 14 anni di reclusione in primo grado a Pisa la Corte d’Assise d’appello di Firenze ha ribaltato la ricostruzione dei fatti. La madre, difesa dall’avvocato Maria Concetta Gugliotta del Foro di Pisa, è stata assolta con formula piena.
Dopo i giorni del dolore per la perdita del figlio e quelli dell’angoscia per essere finita sotto inchiesta con un’accusa punita anche con l’ergastolo la donna, 35 anni, rumena, torna a credere nella giustizia. Si è sempre difesa, ha negato ogni colpa. Lei, Maria Scundu, residente a Cascina, non parlava una parola di italiano. Non era reticente, non sapeva spiegarsi per una difficoltà oggettiva.
«La ricostruzione della dolorosa vicenda ha consentito alla Corte di Assise di Appello di apprezzare come la verità dei fatti sia molto più semplice dell'articolata ricostruzione operata dai giudici di primo grado» è il commento dell’avvocato Gugliotta, molto soddisfatta dell’esito del processo in appello.
«Sono stati oggetto di analisi e trattazione gli aspetti inerenti la condotta tenuta dall'imputata in occasione dei fatti per cui si è trovata a processo, nonché la sussistenza o meno del nesso causale tra la stessa ed il decesso del figlio».
Si è cercato di capire se c’era la «sussistenza o meno della volontà omicida che, secondo la Corte di Assise di Pisa, ha ispirato la condotta della donna». Il reato di cui era accusata era terribile, in particolare per una mamma: omicidio volontario, per avere cagionato la morte del figlio Nicola, nel settembre 2007, affrontando la fase conclusiva della gravidanza senza informare alcuno di tale stato e senza assicurarsi l'adeguata assistenza sanitaria. Il neonato rimasto nei pantaloni della donna a lungo aveva sofferto e un mese dopo la nascita era morto.
«Poiché siamo di fronte ad una condotta che, secondo la Corte di Assise di Pisa, è stata sorretta da una chiara, ferma e precisa volontà omicida, resta inspiegabile e, per certi aspetti, incredibile la circostanza che sia stata proprio la stessa imputata a chiedere l'intervento medico di urgenza, telefonando al centralinista del 118 ed invocando l'invio di un mezzo di soccorso: tutto ciò nell'esatto momento in cui, a dire del primo giudice, si apprestava a dare esecuzione al proposito criminoso di uccidere il nascituro» aggiunge il difensore.
Inoltre la Corte di Assise di Pisa, nella motivazione della sentenza impugnata, «non tiene in minimo conto l'errore diagnostico da parte di chi ha prestato le prime cure, a seguito del quale si sono poi innestati i drammatici accadimenti successivi».
Ma la prova che la donna volesse uccidere il bambino non c’è. «In appello è stata depositata un’ulteriore perizia stilata dalla dottoressa Giovanna Bellini facente parte integrante di una ulteriore memoria che presumo abbia chiarito tutti i punti salienti di questa vicenda in cui eventi perversi e fatali hanno trasformato una lingua straniera in reticenza ed una richiesta di aiuto in una sentenza di condanna».
Sentiti queste ed altre motivazioni, la Corte d'Assise d'appello costituita dai giudici Merani (relatore) e Giardina (presidente) oltre i giudici popolari ha assolto l'imputata con formula piena. Le motivazioni della sentenza si conosceranno tra un mese.
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