Sicurezza
Madre condannata per la morte del figlio processo in appello
Il bambino morì a distanza di un mese dal parto per asfissia Secondo l’accusa lei nascose la gravidanza per uccidere
CASCINA. Arriva domani alla corte d’Assise d’appello a Firenze il processo contro una giovane madre romena di 35 anni, residente nel comune di Cascina, accusata di avere provocato la morte del figlio dopo il parto. Un reato punti con l’ergastolo.
Una storia complessa quanto tragica - si è pensato che la donna avesse nascosto il parto per poi far morire il figlio. Una gravissima accusa nei confronti della madre ritenuta colpevole di omicidio volontario aggravato dal fatto di avere commesso il fatto in danno di un discendente.
In primo grado la trentacinquenne è stata condannata a 14 anni di reclusione. I giudici hanno ritenuto che la straniera avesse affrontato la fase conclusiva della gravidanza senza informare nessuno e quindi senza assicurarsi la necessaria assistenza sanitaria. Poi - queste le accuse – ha partorito trattenendo per alcuni minuti il figlio nei pantaloni. Di conseguenza il neonato, rimasto in condizione di asfissia, aveva sviluppato una grave encefalopatia che ne aveva determinato la morte.
I fatti risalgono al settembre del 2007, quando la donna, che all'epoca aveva 31 anni, partorì all’ospedale Santa Chiara di Pisa, in circostanze drammatiche e tutte da chiarire, un bimbo che morì dopo circa un mese per encefalopatia. La madre, l’11 settembre 2007, si sentì male a casa. Intervenne l’ambulanza: da quel momento fino al parto ci sono state una serie di situazioni che la donna ritiene totalmente indipendenti dalla sua volontà ma che, alla fine, hanno segnato l’inizio dell’inchiesta nei suoi confronti. Per capire meglio la storia, secondo la difesa, sono da considerate alcuni aspetti. La giovane immigrata era arrivata in Italia da poco a parlava solo la lingua del paese d’origine. Secondo l'accusa, anche quando si era sentita male, non aveva comunicato a nessuno il suo stato. I datori di lavoro avevano chiamato il 118 e la giovane era stata portata all'ospedale Santa Chiara: il bimbo era nato mentre lei era ancora vestita su una barella, finendo nei suoi pantaloni e rimanendo quasi soffocato. Lo aveva trovato più tardi un medico visitando la donna in clinica ginecologica: il piccolo aveva ancora il cordone ombelicale attaccato. Alcune situazioni non sono state chiarite: la giovane venne visitata nel reparto di ostetricia alla presenza di tre medici che effettuarono tre ecografie pelviche senza accogersi di un bambino di 3kg e 150gr legato ancora al cordone ombelicale.
«L'errore diagnostico iniziale era che la donna era affetta da colica renale, il liquido amniotico era stato scambiato per perdita di urine – spiega l’avvocato difensore Maria Concetta Gugliotta del Foro di Pisa – La causa della morte del piccolo è l'encefalopatia, che può verificarsi durante il parto o in epoca antecedente. Per verificare cosa aveva provocato l'encelopatia era necessario analizzare gli annessi ovvero placenta e cordone ombelicale ma sono stai buttati quando il protocollo medico ne prevede la conservazione». Non sono stati conservati nemmeno i pantaloni sono stati buttati
«Il giudice di primo grado, a mio avviso, è incorso nell'errore di confondere una presunta asfissia meccanica con l'encefalopatia ipossico ischemica dovuta a pregresse anomalie del feto di cui non si è potuto accertare la causa. La sentenza è contraddittoria in quanto pone un'inammissibile inversione della prova circa la causa della morte del piccolo a carico della madre ovvero è la stessa che avrebbe dovuto dimostrare che le alterazioni del feto erano riconducibili a cause pregresse e non alle modalità del parto».
Il difensore infine si domanda «come può l'indeterminatezza dei dati escludere il parto precipitoso ed affermare nonché suffragare la causa meccanica della morte del piccolo posto che un'indeterminatezza dei dati pone il dubbio sulla colpevolezza e come tale avrebbe dovuto escludere la condanna della madre».
Sabrina Chiellini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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